giovedì 10 febbraio 2011

Siamo veramente liberi?

Parafrasando una celebre frase, non mi pare eccessivo parlare per Gli esami non finiscono mai di Eduardo De Filippo di pessimismo della ragione e pessimismo della volontà. Mi sembra molto ben sviscerata e assolutamente condivisibile la tematica più significativa e pregnante del’opera, ovvero l’insostenibilità dei condizionamenti che l’uomo subisce all’interno della società e della famiglia, fonte di angoscia e di dolore, di frustrazione e sbigottimento. La domanda di fondo, che a mio parere trova una risposta dolorosamente lampante, è “Siamo veramente liberi?”
Il protagonista, Guglielmo Speranza, soccombe a questa dura realtà. Ma, sebbene egli tenti di opporvisi con la ragione, egli resta a mio parere un personaggio sostanzialmente remissivo, una volontà sconfitta, e questi caratteri assegnatigli dall’autore tradiscono probabilmente un giudizio gravemente pessimista sull’umanità.

Speranza è infatti, come avverte l’attore/autore nel prologo, non un “tipo” bensì il prototipo dell’uomo, dipinto nei suoi tratti positivi e negativi. Per questo De Filippo sceglie di non tipizzarlo, di non denotarlo, lasciandogli un unico abito (una sorta di casacca neutra) per tutta la rappresentazione ad eccezione dell’ultimo atto che costituisce, a mio parere, uno dei due tentativi di ribellione del protagonista.

Il primo sta nella storia d’amore extraconiugale che Speranza vive con la giovane Bonaria, storia che, per la reputazione di lui e della sua famiglia (altro, ennesimo condizionamento), la giovane decide drammaticamente di troncare. Il secondo nell’isolamento silenzioso in cui, dopo il confronto con la moglie e i figli sui beni della famiglia, il protagonista decide di ritirarsi rifugiandosi nella lettura e nel rifiuto di ogni comunicazione verbale. Tuttavia anche questa protesta è sterile e incompresa perché i familiari scambiano la sua condotta per  una malattia e lo costringono a continui, inutili consulti con medici ottusi più di loro.

I loro nomi sono paradigmatici come quelli degli altri personaggi: Bianco, Nero e Rosso, tre colori senza sfumature, senza tonalità; La Spina, il nome del falso amico, quel tormento che ti porti appresso, quel dolore fisso che ti accompagna e non si è capaci o non si vuole curare; Bonaria, come il carattere di chi la impersona, la fanciulla fuori dall’ipocrisia della società bene; Speranza, come quella che muore in questo dramma disilluso e pessimista, imbelletta come un damerino perché non mostri la realtà che la accompagna, la protesta, il pensiero divergente, il fuori dall’ordinario e dal socialmente accettato, e l’altra faccia della medaglia, la sconfitta, remissione, rassegnazione.