domenica 26 agosto 2018

Le passeggiate romane del «Signor Nicola»




(articolo scritto e apparso originariamente per il portale dell'Associazione Roma Felix)




Ci si innamora di Roma molto lentamente, 
un po’ alla volta – ma per tutta la vita.
Nikolaj Gogol'


Un piccolo, insolito itinerario ha impegnato poche ore delle mie passeggiate romane, poche centinaia di metri tra la quiete sotto assedio di Villa Borghese e la vivacità di via Sistina, la via che collega piazza Barberini a Trinità dei Monti. Mi sono messo sulle tracce della presenza di Nikolaj Gogol’ a Roma, e infine sono andato a cercare il suo monumento nei Campi Elisi cittadini, in mezzo a statue e busti dedicati alle personalità più disparate, accomunate dall’amore per la Capitale o per l’Italia. Il nostro, ad esempio, occupa uno degli angoli del crocicchio intitolato a Paolina Borghese, di fronte all’ingresso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, assieme allo scrittore peruviano Garcilaso de la Vega, al principe – vescovo montenegrino Petrović – Njegoš e al poeta egiziano Ahmed Shawqi.


Nikolaj Gogol' - Zurab Cereteli
Gogol’ siede scomodo, in una posa di rara pesantezza, tenendo tra le braccia una maschera che pare della Commedia dell’Arte, o addirittura una maschera di se stesso coronata d’alloro. Nel basamento alcune parole tratte da una lettera all’amico Pletnev: Io posso scrivere della Russia solo stando a Roma. Solo da lì essa mi si erge dinanzi in tutta la sua interezza, in tutta la sua vastità. L’autore del monumento è lo scultore georgiano Zurab Cereteli, ben noto ai moscoviti per molte opere, tra cui l’enorme obelisco di ferro di Park Pobedy e il “chiacchierato” monumento a Pietro il Grande davanti al Park Gor’kij.

«Niccolò Cocoli», come risulta dal registro delle anime della parrocchia di Trinità dei Monti nel 1841, arrivò a Roma per la prima volta nel 1837 con l’amico Ivan Zolotarev e prese a pigione due stanze in un palazzo in Via San Isidoro, all’angolo con l’attuale Via degli Artisti. Nei pressi vivevano già molti russi, tra cui il pittore Orest Kiprenskij, che con molta probabilità aveva suggerito ai due amici questa sistemazione. Oggi la Via San Isidoro appare molto diversa da come appariva allora: gran parte di essa è confluita nella costruenda Via Veneto, e della vecchia strada rimane solo un breve tratto, occupato quasi interamente dalla scalinata del convento di San Isidoro.


Nikolaj Gogol’ – Fëdor Moller
La Roma di quei tempi fu la Mecca di numerosi artisti russi. Poco più avanti, infatti, dopo aver percorso tutta Via degli Artisti, svoltiamo a sinistra e subito a destra, e ad angolo con la Via Sistina incontriamo il palazzo in cui visse il celebre incisore Fëdor Iordan, che fu il “centro gravitazionale” di tutta la colonia russa della Capitale. Qui senz’altro furono di casa, tra gli altri, oltre a Kiprenskij, pittori come Moller, Brjullov e Ivanov, Fëdor Bruni e Sil’vestr Ščedrin. Gogol’ era buon amico di molti di loro, e abituale frequentatore dei loro atelier: proprio a Roma Fëdor Moller dipinse forse il ritratto più famoso dello scrittore, e sempre qui Ivanov, al lavoro sulla celebre tela “Apparizione di Cristo al popolo”, dipinse le fattezze dell’amico nei tratti del discepolo più vicino a Cristo. Gogol’ lo ricambiò scrivendo un illuminante articolo su questo capolavoro, conservato oggi alla Galleria Tret’jakov di Mosca.
Imboccando dunque Via Sistina, a pochi metri dal Teatro reso noto dagli spettacoli di Garinei e Giovannini, al numero 2 troviamo il semplice palazzo all’interno del quale Gogol’ visse, con alcuni intervalli, tra il 1838 e il 1842, dove compì un’accurata revisione dell’Ispettore generale, dove scrisse una parte consistente delle Anime morte e del racconto Roma. Ricorda il celebre inquilino la semplice lapide, in russo e in italiano, posta nel 1901 dalla comunità russa a Roma: chissà perché, nella parte in italiano si perde il riferimento alle Anime morte.

sabato 18 novembre 2017

Equilibrium Rooms

Rooms è il titolo dell'album, frutto del nuovo progetto artistico di Fabrizio Licciardello Equilibrium, composto in stretta collaborazione con Dario Laletta

Preso in mano il disco e ignari di questo, complice la grafica della bellissima e enigmatica copertina (a cura di Stefania Mazzaglia), non è difficile equivocare leggendo una dopo l'altra le parole equilibrium rooms, ovvero le “stanze dell'equilibrio”: e questa lettura potrebbe suonare strana per un disco che, come vedremo, è in realtà un concept sulla follia, nato e in seguito sviluppatosi dalla colonna sonora, composta dallo stesso Fabrizio, del fortunato spettacolo Follia (a cura di Laura Avola e Corrado Dipietro). Potrebbe suonare strano ma, secondo il mio modesto parere e a dispetto del tema, questo album è un mirabile esempio di equilibrio compositivo e chiarezza d'intenti, un'opera eloquente e matura su un argomento complesso e affascinante che rimanda all'instabilità, alla mutevolezza, all'incomprensione e quindi alla dissonanza, non solo in termini musicali. Sono queste alcune delle cifre cardine di questa musica, e queste stanze “sonore”, come le stanze di un componimento poetico, come le stanze di una complessa architettura sonora, si riflettono nella estrema ricchezza e diversità dei brani, nella mutevolezza di ciascuna delle loro parti, nei cambi di tempo e di sonorità, testimonianza della maestria tecnica e compositiva di Fabrizio Licciardello. Fabrizio mette in mostra in ognuno di questi brani il fiore del suo ormai ultradecennale studio sulla chitarra: ma, detto questo, Rooms non è comunque un disco “per chitarristi”, o meglio, non solo. È un'opera in cui il suono di chitarra, che è struttura essenziale di ogni brano nel suo intrecciarsi complesso e ardito con la controparte ritmica, non è un mero sfoggio di tecnica, ma è un eclettico strumento al servizio di un'idea poetica, elemento della creazione di complesse atmosfere musicali, e il frutto degli ascolti, reinterpretati in maniera personale e originale, dei grandi maestri del metal, della fusion, del progressive, del rock, del jazz. E si può considerare, secondo il mio punto di vista, l'evoluzione del precedente progetto musicale di Fabrizio Licciardello e Paolo Capizzi, Atlantis, in cui la chitarra elettrica dialogava con quella acustica e alcuni brani, come Where the stars fall down, assumevano la struttura complessa che ritroviamo in tutte le composizioni di questo lavoro. Rooms è, in altre parole, una peculiare Conversation to myself con la quale Fabrizio dialoga con se stesso, nonostante in questo disco non ci siano sovraincisioni, ma, a differenza dell'omonimo album di Bill Evans, tutte le tracce di chitarra sono suonate e registrate in diretta. È un disco che, nella sapiente orchestrazione ritmica e armonica delle sue parti, mostra una padronanza e una maturità compositiva straordinarie.

sabato 21 ottobre 2017

Non posso distogliere gli occhi da te



Questa canzone (a questo link il testo originale) è tratta dall'album ZOOM ZOOM ZOOM (2005) degli Akvarium, uno dei gruppi storici nati in piena Unione Sovietica e ancora in attività, tranne una piccola parentesi tra il 1990 e il 1993. Cantante, leader e autore di tutti i testi è Boris Grebenščikov, artista poliedrico, cantautore, scrittore, attore, produttore di artisti del calibro di Viktor Tsoj e i Kino e padre, assieme a Andrej Makarevič dei Mašina Vremeni, del rock “made in USSR”. Borja, o “BG” (come chiamato affettuosamente dai suoi fan), ha attraversato, a partire dalla fine degli anni Sessanta, le vicende dell'Unione Sovietica, è stato ammiratore e propagatore della musica anglofona negli anni Sessanta, cantante dissidente nei Settanta e Ottanta (gli anni di Brežnev), star dalle masse all'epoca della perestrojka, sperimentatore eclettico negli anni Novanta, autore di culto e guru new age fino ai nostri giorni.

La canzone è, come evidente nell'ultima strofa, una canzone d'amore, resa più oscura dai tormenti esistenziali di Grebenščikov:


Sono nato questa mattina
Ancora fino alla prima luce dell'aurora
Silenzio fuori di me,
silenzio dentro
Saluto le stelle che si spengono
Saluto la luce della luna
ma dentro di me c'è un suono non udibile
che si solleva dal profondo

Sono nato al nord
perché più a lungo restassi sano, integro
Non ho amici
perché nessuno possa sconvolgere il bersaglio
Il mare si è aperto davanti a me
Non avendo sopportato la calura della fiamma
E dentro di me ogni controllo è sballato
ai primi bagliori del giorno

Io non posso distogliere gli occhi da te

Sono nato con la memoria cancellata
la mia patria è da qualche parte lontano
Mi ricordo come ho imparato a camminare
per non sfiorare troppo la terra;
Me ne andai nel deserto
dove ogni pietra ricorda la tua orma
Ma io non potrei lasciarti andare
Come non potrei non vedere l'alba

Io non posso distogliere gli occhi da te




La contemplazione dell'amata è, per il cantautore, vista come l'arrivo del mattino, e l'arrivo del mattino è come una nascita, una rinascita alla vita. Prima è «silenzio fuori e dentro di me», ma poi l'amata risveglia «un suono non udibile / che si solleva dal profondo». E dunque «dentro di me ogni controllo è sballato / alla prima luce del mattino». Con una metafora molto concreta, ma difficile da rendere in italiano, nel testo russo i «controlli» che «sballano» sono proprio le lancette che indicano, nelle macchine, un valore, come la velocità, un livello da tenere sotto controllo. L'amore dunque sconvolge ogni piano dell'esistenza esattamente come un magnete che disorienta la bussola. 

martedì 13 dicembre 2016

L'immondezzaio della Storia


«Signore, perdonali, perchè non sanno quello che fanno». Il versetto evangelico, ai piedi di questa croce conservata dal 1995 nel cortile del Monastero Novospasskij di Mosca, fu voluto da Elizabeta Fёdorovna (sorella della moglie di Nicola II) per commemorare la morte del marito (1905), il Granduca Sergej Aleksandrovič. Questa croce, in realtà, è una riproduzione dell’originale (effettuata dai disegni originali ritrovati per caso nella casa-museo del pittore Viktor Vasnetsov) che si trovava nel cortile del Cremlino, nel luogo esatto in cui avvenne l’attentato terroristico in cui morì il Granduca, allora Governatore di Mosca. La croce fu distrutta e rimossa nel 1918 per ordine di Lenin, che vi aveva inciampato durante i festeggiamenti del Primo Maggio, al grido di “Via! All’immondezzaio della storia!”.

sabato 3 dicembre 2016

Fughe nel sogno/fughe dall'incubo

David Locke è un noto fotoreporter che si trova in Africa per un servizio su uno dei vari dittatorelli della zona. Nell'albergo dove alloggia muore improvvisamente un tal Robertson, uomo dalla fama oscura, e il giornalista decide di assumerne l'identità, scambiando i propri documenti con quelli di Robertson e fingendo, così, la propria morte. Seguendo l'agenda del morto, Locke/Robertson si spinge in Europa, dove conoscerà una ragazza che lo accompagnerà nella sua fuga e nei suoi tentativi di depistare la propria moglie e il suo produttore, apprenderà dei loschi affari di Robertson, ma ne rimarrà inevitabilmente invischiato. 

Arthur Hamilton è un banchiere di mezz'età, ingabbiato in una esistenza noiosa scandita dal lavoro e da una vita familiare arida. Mentre ritorna a casa in treno un uomo, che credeva morto, gli mette in mano un biglietto con un indirizzo che scoprirà essere di una organizzazione segreta che offre un servizio molto particolare: inscenare la morte di una persona e dargli una nuova esistenza, così come ella la desidera. Arthur Hamilton, stufo della propria vita, è proprio il “cliente” perfetto: accetta una plastica totale e rinasce come Tony Wilson, noto pittore di Malibu. Ma dopo un iniziale entusiasmo la nuova vita gli apparirà in tutta la sua falsità e Tony/Arthur vorrà tornare indietro: questo, però, non si rivelerà affatto semplice.

Quelle che quassù ho provato a sintetizzare, sforzandomi di non entrare troppo nel dettaglio delle narrazioni, sono le trame di Professione: reporter (Passenger, 1975) di Michelangelo Antonioni e Operazione diabolica (Seconds, 1966) di John Frankenheimer, due film molto diversi ma che esprimono all'unisono un messaggio duro e inequivocabile: fuggire da se stessi non solo è impossibile, ma conduce inevitabilmente a conseguenze tragiche.

domenica 20 novembre 2016

Blood brothers

Ai miei fratelli di sangue

In una lunga chiacchierata con Neil Strauss di Guitar World nel settembre 1995, Bruce Springsteen parla del significato di amicizia che ispira uno dei suoi pezzi più belli e toccanti, Blood brothers, che ha dato il titolo al video che documenta la reunion della E Street Band dopo una separazione durata circa sei anni:


Blood brothers è il tentativo di capire il significato di “amicizia” quando ci si fa più vecchi. Credo di averla scritta la notte prima di arrivare in studio con la band, stavo provando a rivedere quello che stavo facendo e quello che questo sentimento significava per me e per gli altri mentre si va avanti nella vita. Di base ritengo di aver sempre pensato che le amicizie, la lealtà e le relazioni sono vincoli che ti impediscono di cadere nell'abisso dell'autodistruzione. E che senza queste cose l'abisso si avverta molto più prossimo, sotto i propri piedi. Io credo che ognuno senta il proprio nichilismo molto più vicino senza qualcuno che lo afferri per un braccio, lo spinga fuori e gli dica: “Hey, tirati su, stai solo passando una brutta giornata”. Così con questa canzone stavo provando a dare un ordine al ruolo che quelle profonde amicizie hanno avuto nella mia vita, amicizie nate quando ero giovane. Siamo cresciuti assieme, la gente si è sposata, ha avuto bambini, ha divorziato, ha attraversato le proprie dipendenze e se n'è tirata fuori, e ognuno ha fatto diventare gli altri dei pazzi.


Blood brothers non celebra solo una storia di amicizia e lealtà pluridecennale, un sodalizio unico e forse irripetibile, ma è anche l'occasione, come sempre nei testi più impegnati e autobiografici di Springsteen, per interrogarsi sul rapporto tra questa e la vita, il tempo passato, i sogni e le promesse. E ancora una volta Springsteen vuole dirci che la vita è un grande mistero e camminiamo a tentoni nell'ignoto del futuro, carichi delle esperienze che ci hanno reso tali - ricordi, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, compromessi. Ma a differenza di altri testi più dolenti, come The Promise (che comunque fu scritta in un periodo peculiare dell'artista), qui ad accompagnare questa strada verso l'ignoto c'è la forza e la salvezza che vengono dal significato della vera e profonda amicizia. 

mercoledì 26 ottobre 2016

I remember Chet

“Ogni volta che suono, è come se fosse l'ultima. Già da molti anni. Non mi è rimasto molto, ma è fondamentale che coloro con cui suono vedano che io restituisco tutto quello che ho. E da loro mi aspetto lo stesso. Mi piace suonare, amo suonare. E, probabilmente, sono nato per questo.”

In questa frase c'è già l'attitudine e il destino di quello che fu definito il “James Dean della tromba”, “angelo caduto”, “diavolo con la faccia d'angelo”, il miglior trombettista jazz per la rivista DownBeat nel 1954 davanti a nomi come Clifford Brown e Miles Davis. Questa frase è la sintesi di una vita – allora ancora giovane – fatta di vette ed eccessi, successi e disastri, i primi legati alla musica, i secondi quasi sempre alla tragica dipendenza dall'eroina di uno dei principali protagonisti del “jazz freddo” - il cool jazz – che di freddo, a ben vedere, non ebbe nulla. 

Con queste parole, a trent'anni (siamo agli inizi dei Sessanta), Chet Baker rimandava al proprio difficile vissuto (già allora aveva rischiato la vita per overdose e aveva scontato un anno di detenzione nel carcere di Lucca per possesso di stipefacenti) e, allo stesso tempo, dichiarava il proprio status di eletto, di consacrato alla musica, fissando in esso la propria ragione di esistere. Questa stessa frase, a mio parere, sarebbe potuta uscire ugualmente dalla sua bocca anche qualche anno dopo, quando, per un mai chiarito caso legato probabilmente alla droga, il musicista fu costretto a farsi estrarre i denti incisivi e a portare una dentiera.


giovedì 7 luglio 2016

La pazza gioia


L'incomprensione è una delle chiavi dell'ultimo, commovente film di Paolo Virzì: l'incomprensione e la mancanza di solidarietà all'interno dei nuclei sociali, dalla famiglia alla comunità; l'incomprensione (e l'inadeguatezza) degli strumenti normativi per racchiudere la complessità dei problemi psicologici, dei disagi sociali; l'incomprensione dei giudici che li utilizzano intervenendo pesantemente sulla vita e sui legami affettivi delle persone.

sabato 18 giugno 2016

Le piccole cose di Niccolò Fabi

L'ultimo album di Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose, è un po' un lavoro espressionista, come un quadro che si apprezza guardandolo da lontano, un quadro le cui singole parti hanno significato in relazione alle altre, nel loro insieme. Infatti, il discorso narrativo di questo bellissimo disco si dispiega tra le canzoni, proprio come pennellate, tocchi di colore che in sé non legano un significato pieno ai brani, ma che insieme restituiscono un'idea chiara, una visione del mondo, la sensibilità di un uomo maturo verso i sentimenti, i rapporti tra le persone, e la loro relazione con il mondo. E l'artista li narra mettendo l'accento sul piano emozionale dell'esperienza, tratteggiando i sentimenti alla maniera di un pittore espressionista, dipingendo ogni parte con la tavolozza delle proprie emozioni, e non con i colori usuali. È un disco che sviscera il sentimento d'amore (amore inteso in senso molto ampio), uno studio dei rapporti tra le persone e il mondo, osservato in maniera profonda e toccante, usando i dettagli della vita di tutti i giorni, elevando l'ordinarietà di “piccole cose” (ecco il senso del primo pezzo) a elementi che riempiono la vita e la illuminano. È un disco che parla anche di distacco (come nella struggente Facciamo finta, dedicata probabilmente alla figlia scomparsa), dolore e rimpianti, come di un tutt'uno, una parte integrante dell'esistenza, che deve essere accettata al pari delle cose belle. Perché, in caso contrario, la soluzione è «un bell'asteroide / e si riparte da zero».

domenica 24 aprile 2016

Vittoria rubata

Vladimir Korbakov, Vittoria rubata, 1995, olio su tela, Galleria Regionale di Vologda.

Questa tela di Vladimir Korbakov (Vittoria rubata, 1995) rappresenta un unicum nella serie dedicata dall'artista alla Grande Guerra Patriottica, costituita prevalentemente da ritratti di veterani: un uomo affisso ad una croce di porpora (verosimilmente, vista la somiglianza con l'autore, un autoritratto), legato ai suoi bracci con i nastri dell'Ordine di San Giorgio (conferito a coloro che si distinguono in guerra), dallo sguardo spento e terribilmente sofferente e il petto piagato da onorificenze dolorosamente infitte nella carne denudata. Il colore dominante è il rosso: dal sangue sgorgante dalle medaglie conficcate nel petto inerme alla croce, dai tulipani che circondano il soggetto allo sfondo, che pare illuminato da bagliori di fuoco. La scelta cromatica (il rosso della passione di Cristo), che rimanda anche agli orrori della guerra, e il soggetto narrativo conferiscono all'intera composizione il tono del martirio: si può ben dire che Vittoria rubata costituisce uno degli esempi più lampanti dell'influenza del tema religioso e cristologico nella pittura russa contemporanea. E inoltre comunicano, con una potenza inaudita e scioccante per la Russia appena uscita dal regime, con la decisione e l'efficacia della testimonianza di un sopravvissuto alla Grande Guerra, un chiaro messaggio antimilitarista che, non a caso, fu malvisto dalla critica filogovernativa.