domenica 12 dicembre 2010

Rigoletto a Mantova


Placido Domingo nei panni di Rigoletto
I cosiddetti “opera-film” sono vere e proprie “croce e delizia” per gli appassionati di lirica perché sono considerati operazioni di compromesso tra la musica classica e il grande pubblico ma, sovente, si tratta di compromessi al ribasso: rappresentazioni private delle rigidità, della solennità della messa in scena teatrale e ambientate nei luoghi reali del dramma, bellissime da vedere ma non sempre ineccepibili dal punto di vista musicale. 

Non sfugge a questo avvertimento neanche il tanto celebrato Rigoletto di Domingo e Zubin Mehta, girato a Mantova con la regia di Marco Bellocchio, andato in onda in autunno in mondovisione su Raiuno. Purtroppo la somma di nomi tanto importanti non ha portato a risultati all’altezza delle aspettative e dispiace dover rilevare che uno degli “imputabili” è proprio uno dei protagonisti più celebri del mondo della lirica, quel Placido Domingo che, dopo essersi cimentato anche sulla pedana del direttore d’orchestra, a settant’anni veste i panni e canta le note di Rigoletto, baritono dei più “classici” e complessi del panorama verdiano. La posa signorile, imponente nonostante il trucco e l’età, e il ricordo di decine di ruoli da nobile eroe romantico ne hanno fatto un protagonista poco credibile in questa parte difficile e piena di contraddizioni, anche dal punto di vista vocale. 

La sua interpretazione del secondo atto, dalle suppliche all’invettiva contro i cortigiani, allo straziante duetto con la figlia, è assolutamente monotematica e le note scure della sua parte non “vibrano”, non suonano come dovrebbero, non suonano come avrebbe voluto Verdi che per questo ruolo ha scritto più indicazioni dinamiche che per tutti gli altri creati dal suo genio. Manca al suo Rigoletto lo spessore “drammatico”, inteso come colore e enfasi, sia nella parte vocale che nella parte scenica. E venendo a mancare gli accenti dell’interprete sull’orribile sarcasmo, sulla ridicola e assurda pretesa di giustizia e sul suo commovente amore paterno (eco di Verdi padre che aveva perduto i figli piccoli), il personaggio smarrisce la sua bellezza, l’opera perde la sua peculiarità rispetto all’originale di Victor Hugo (la piéce Le Roi s’amuse) da cui è tratta.

Per la prima volta protagonista di un dramma musicale è un buffone, un reietto, un emarginato, cinico e irridente cortigiano. Colpito nell’unico bene, nell’unico scintilla di bellezza della sua vita, decide di ribellarsi e farsi strumento di giustizia, di vendetta. E come molti antieroi della letteratura, come molti borghesi piccoli piccoli, cadrà sotto i colpi della sua stessa giustizia (Dio tremendo/ ella stessa fu colta/ dallo stral di mia giusta vendetta), il suo slancio cancellato, la sua pretesa di elevazione ridicolizzata: ed è questo, a mio parere, il significato del truce prologo (appena 22 fosche, tragiche battute) che Verdi fece precedere all’opera. 

Nel capolavoro drammaturgico che è il terzo atto, invece, Verdi esprime tutti gli elementi della sua poetica del “breve e con fuoco”: l’aria che scolpisce il fatuo essere del Duca, il celebre quartetto che condensa le emozioni e gli stati d’animo dei protagonisti, l’abominevole “deontologia” del sicario, la complicazione del piano di Rigoletto e il suo tragico scioglimento. L’amore tutto sensuale di Maddalena e quello etereo e forse incomprensibile di Gilda che salvano il Duca e il miserrimo e sacrilego vanto vittorioso del buffone sul cadavere di quello che crede essere un potente (Ora mi guarda, o mondo!/ Quest'è un buffone,/ ed un potente è questo!/ Ei sta sotto i miei piedi!). 
Su tutto la tempesta rievocata da Verdi con tutti i mezzi offertigli dall’orchestra, i violini e il coro a bocca chiusa per il vento, gli ottavini per i lampi, i piatti per i tuoni. Ed un lampo e un ottavino, squarciando l’oscurità e la tempesta “sonora”, riveleranno a Rigoletto l’atroce verità: come nel finale de Il processo di Kafka, gli elementi si placano per far penetrare una luce e una pace incomprensibili agli uomini: lo straziante duetto finale, lo svelamento dell’orrendo delitto, in Kafka come in Verdi sono il suggello del mistero che è la giustizia, che è l’amore, che è Dio.