domenica 23 gennaio 2011

Hereafter*

Le molte recensioni all'ultima fatica di Clint Eastwood sono, a mio parere, più che mai delle riscritture del film. Eccetto il comune giudizio finale, parecchio lusinghiero, ciascun critico ci ha visto cose diverse, forse perchè l'argomento è tanto difficile e tocca tanto da vicino l'intimità delle persone che è impossibile commentarlo in maniera oggettiva, è impossibile ricavarne certezze ma solo dubbi, e dubbi impegnativi.  

Elisa Battistini ci ha visto un Eastwood che "mette in scena, [...] una sensibilità che l’uomo possiede e che, in una vita schiacciata sulla ragione, reprime. Eastwood parla di intuizioni e folgorazioni intensissime che richiedono analisi e diventano discorso". Marzia Gandolfi ha osservato "l’esplorazione della morte con la grazia del poeta", Giordano Biagio afferma che "in questo ultimo film di Clint c'è molta poesia e poco intelletto, c'è arte ma fine a se stessa", Cecilia Sabelli si spinge a dire che non è "uno di quei film che lascia senza risposte, come chiunque assistesse distrattamente alla sua proiezione potrebbe credere". 

Non riesco a ritrovarmi pienamente in nessuna di queste ed altre recensioni, sebbene tutte contengano degli spunti interessanti. L'oggetto della domanda, cui non trovo risposta né nella pellicola né nelle recensioni dei critici, è quello che Eastwood abbia voluto dire con questo film. Il regista si spinge nel terreno dell'indicibile proiettandovi i suoi dubbi, i suoi "sospetti" sull'esistenza di qualcosa dopo la morte. Per dirlo si affida all'intreccio di tre storie, una delle quali è quella del sensitivo (il pur bravo Matt Damon) che riesce a mettersi in contatto con i defunti, tra cui il fratellino morto del protagonista della seconda storia. Nella terza vicenda invece una giornalista, investita dal tragico tsunami indonesiano e giunta ad un passo dalla morte, non riesce più a tornare alla vecchia vita perchè tormentata dalla vaga percezione di visioni "dall'aldilà", provate durante il suo stato di incoscienza. 

Dicken's dream di Robert Buss, all'interno della Casa-museo Dickens a Londra
Se si eccettua la vicenda di Matt Damon, che chiaramente è inventata banalmente sul modello del "medium tra i due mondi", le altre due vicende sono più che altro storie dell'aldiqua che devono confrontarsi non con quello che c'è oltre la morte, ma con l' "evento-morte". Il piccolo Marcus deve imparare a vivere senza il fratello un'esistenza resa più difficile dai problemi di alcol della madre; Marie deve riuscire a cancellare dalla sua mente le immagini e i significati di quelle visioni che la isolano dal mondo circostante, insensibile e refrattario a questi temi. Ma anche la storia di Lonegan è comunque una storia dell'aldiqua: Il suo dono lo ha di fatto reso schiavo ed egli vive i suoi giorni in solitudine, teso nel bisogno di cancellare il suo passato di sensitivo a favore di una vita "normale", con una compagna, un lavoro come tanti. Alla fine Lonegan riuscirà a vincere le pressioni del fratello e partirà per Londra con l'intenzione di cominciare una nuova vita; il piccolo Marcus lascerà andare il ricordo/sentimento del fratello morto dopo aver ottenuto un contatto attraverso Lonegan; Marie riuscirà ad "esorcizzare" i suoi tormenti le sue visioni mettendole in un libro e pubblicandolo fuori dal suo Paese. 

Se devo ravvisare un senso a queste storie è senza dubbio il doloroso rapporto/confronto dei vivi con la morte che mi sembra più convincente, mentre quelli che il regista fa all'aldilà mi sembrano puri accenni fantastici che, tra l'altro, sono (ma non potrebbe essere diversamente) ambigui e controversi. Da un lato Eastwood allude a delle "presenze" attive e benefiche nell'episodio dell'attentato nella metropolitana di Londra; dall'altro mostra l'esistenza di Lonegan tormentata dalle visioni dei morti e delle loro verità. I fantasmi delle opere di Dickens, ritratti nel quadro sopra lo scrittoio della sua casa (e di cui parla molto bene Elisa Battistini), forse sono solo ritratti di personaggi letterari o, forse, sono stati anche visione e tormenti del grande scrittore, "esorcizzati" nei suoi libri come nella vicenda della giornalista francese.
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* Queste riflessioni sono in gran parte il frutto del confronto con amici, colleghi, docenti.  Desidero approfittare di questa occasione per ringraziarli per le nostre piacevoli conversazioni e per la loro, la nostra amicizia.