domenica 20 marzo 2011

Cosmonautica


Con questo piccolo divertissement saluto con affetto una delle nostre lettrici, che torna finalmente al lavoro dopo i disastrosi tagli ai contratti nella nostra disastrata Facoltà. Bentornata E. V.!

Dopo l’insana veglia, inevitabilmente, giunge l’ora: una bocca d’averno si apre vomitando fuori un povero cristino che pare miracolosamente scampato al martirio. D’improvviso una forza oscura attrae verso la stanza; varcata la soglia la porta si richiude con un risucchio degno di un horror di Mario Bava. Il clima è surreale; tutto è avvolto nella semioscurità, l’atmosfera è grave, solenne, quasi ieratica. Delle due sedie davanti alla scrivania la prima è occupata dal collega di terzo, impegnato nella ripetizione del dettato e poi in una conversazione con la lettrice degna di un madrelingua della quale, ovviamente, la povera matricola non afferra che poche parole isolate. Impacciato, rispondendo con un cenno al gesto veloce e imperioso della lettrice, mi siedo accanto al collega con timore reverenziale, quasi con l’impressione di violare la recita di un mantra. Lo studente di primo anno di solito ha la faccia pallida di un cencio lavato, il collega di terzo invece sorride. In questi momenti si può apprezzare l’abilità multitasking della nostra: mentre con un orecchio ascolta la ripetizione, infila nell’altro l’auricolare dell’Ipod per sentire il dettato, senza dimenticare di controllarne nello stesso tempo la trascrizione. Si resta allo stesso tempo ammirati e imbambolati davanti a uno spettacolo che potrebbe benissimo essere studiato per sconvolgere le matricole.

Durante questa scena capita a volte di estraniarsi…  e allora si vaga con lo sguardo in giro per l’ufficio e non si può fare a meno di notare il poster della Zlatoust con un’immagine di San Pietroburgo, il computer obsoleto nell’altra scrivania, la finestra alta come quella di una cella, un altro poster con le lettere dell’alfabeto cirillico (ogni lettera accompagna un animale del cui nome è l’iniziale) proveniente, probabilmente, da una scuola elementare del Caucaso. Nell’altra parete una serie di strani ex - voto offerti dagli studenti per il superamento del «praktičeskij kurs», ceri votivi, ciocche di capelli, ori provenienti dai gioielli familiari, quadretti con scene miracolose. Varie foto segnaletica dei ripetenti. Un cartellone con una scritta rosso fuoco «My tože s etogo facul’teta». Di fronte, appesi al muro, un cilicio e una cappa nera.

Dimitrij Vorob'ёv, Russkij alfavit
Una inflessione più melodiosa nella voce della lettrice, soddisfatta delle conversazione con il collega, avverte che la verifica sta per concludersi con il tanto sospirato “pljus” mentre un’altra nella tua testa, molto meno lieta, prefigura che l’attenzione sta per rivolgersi tutta a te. Il battito del cuore aumenta, la respirazione diventa più affannata, la fronte s’imperla di sudore. Nel frattempo, come un Begemot di bulgakoviana memoria, si è materializzato nella sedia accanto un altro collega di terzo che armeggia una gran copia di fogli dattiloscritti e agita fra le mani gomma e matita. Inizi a prendere fiato per cominciare a ripetere il compitino, quando l’occhio della nostra cade su un errore non corretto bene e, ovviamente, ti chiama a fare pubblica ammenda immediatamente. Infili una mano in tasca per cercare matita e gomma ma… каццо! Le hai scordate nella cartella. Uscire non si può, per farlo devi essere capace di chiederlo in russo e questo, al momento, è al di sopra delle tue capacità. Volgi allora uno sguardo mendìco verso il collega di terzo il quale, con un gioco di prestigio e un sorriso degno di Stregatto, fa svanire dalle sue mani gli oggetti agognati. Intanto la lettrice ti stordisce bombardandoti di domande, Kakoj rod?, Kakoe čislo?, čej eto karandaš?, quanto fa quattro per quattro? (in russo). Poi, impietosendosi, tira fuori dal cassetto gomma e matita e te le allunga caritatevole. Grazie al dio della grammatica non si tratta di correggere l’ennesimo, malefico m’jagkij znak, ma si tratta della settecentoquarantanovesima volta che scrivi “muzyka” ignorando che la “u” italiana, in corsivo, corrisponde ad una “i” russa. Di fatto, hai scritto una parola che suona simile ad un sicilianissimo mizzica con una sola zeta sonora, termine che, per approssimazione, si dovrebbe rendere con l’esclamazione russa «ёlki palki».

La beseda, e cioè la conversazione, si conclude con un po’ di mestiere con l’agognato “pljus”, saluti la lettrice ed esci fuori spinto da una forza altrettanto ignota, ma contrapposta alla prima. Uscendo il tuo sguardo mezzo incredulo ne incrocia un altro di autentico terrore, e la Ruota ricomincia il suo giro. Fuori sembra tutto immutato, il corridoio famoso, i colleghi… qualcuno ti fa notare che hai un ciuffo di capelli bianchi in testa, e allora pensi di essere stato dentro una nave spaziale e di aver viaggiato alla velocità della luce.