domenica 29 gennaio 2012

One trick pony


Mickey Rourke è senz’altro la carta vincente di Darren Aronofsky e del suo The wrestler, Leone d’oro a Venezia 2008: il viso imbolsito e corrugato, il corpo e i muscoli sofferenti e dannatamente espressivi - eredità degli anni da pugile professionista - fanno del ruvido attore americano l’interprete ideale del protagonista, Randy “The Ram” Robinson, acclamato wrestler che deve fare i conti con un passato glorioso e irripetibile e un presente fatto di solitudine, povertà, amarezza e cocci dell’antica, scintillante ribalta. Un grave intervento al cuore lo costringe ad interrompere i pochi combattimenti per nostalgici con cui cerca di guadagnarsi da vivere: la nuova chance e il senso di scampato pericolo saranno la molla per tentare di rifarsi una vita, ma il fallimento di questi propositi sarà per Randy nuova fonte di delusione e di frustrazione e lo convinceranno presto a ritornare sui suoi passi.

Il desiderio di ripartire del protagonista passa attraverso due donne, la figlia Stephanie (Eva Rachel Wood), da lui vilmente abbandonata da bambina, diventata ora una giovane donna; e Pam (Marisa Tomei), una non più giovane spogliarellista divenuta, suo malgrado, confidente delle vicende di Randy: la sregolatezza dell’anziano pugile manderà a monte la sofferta tregua tra padre e figlia, mentre l’incapacità di sopportare il grigiore di una vita all’ombra della vecchia gloria stroncherà la speranza di una vita accanto alla donna, incapace di far desistere il pugile dalla scelta di ritornare sul ring, «l’unico posto - sottolinea The Ram – dove non mi faccio male.» Tutto attorno il paesaggio desolato della periferia della periferia di New York, il New Jersey, dove due vite solitarie come quella di Randy e di Pam si incontrano nella reciproca disillusione e solidarietà, similmente ai personaggi di Rizzo e Joe nel film Un uomo da marciapiede.
Ma se la strana amicizia tra i due uomini nel film di Schlesinger illumina tuttavia il cinismo di una città alienante, l’incontro tra Pam e Randy e la loro impossibile storia condurranno più rapidamente la vicenda al suo amaro epilogo, che Aronofsky lascia solo immaginare allo spettatore arrestando bruscamente le immagini e facendo partire le note sui titoli finali.

Ecco l’altra carta vincente del film: secondo me è proprio della canzone sui titoli di coda il commento più efficace e penetrante alla vicenda, l’omonimo brano che Bruce Springsteen ha scritto per l’occasione e donato all’amico Mickey Rourke: «These things that have comforted me, I drive away/ This place that is my home I cannot stay/ My only faith's in the broken bones and bruises I display./ Have you ever seen a one-legged man trying to dance his way free?/ If you've ever seen a one-legged man then you've seen me» (“Queste cose che mi hanno dato sicurezza me le sono fatte sfuggire/ in questo posto, che è la mia casa, non posso stare/ la mia unica fede è nelle mie ossa rotte e nelle ferite che mi porto./ Hai mai visto un uomo con una sola gamba che tenta di ballare libero, a modo suo?/  Se l’hai visto, hai visto me”). La poesia della canzone coglie l’essenza dell’esistenza di Randy Robinson, fatta di dolore, autodistruzione e della loro inevitabilità: è il destino dell’“uomo con una sola gamba” che preferisce morire per l’unica ragione per cui ha vissuto, l’unica ragione che ha reso degna la sua vita e, forse, anche la sua morte.