venerdì 19 aprile 2013

La notte del cacciatore



The night of the hunter è il titolo originale di questo capolavoro scritto nei primi anni '50 da Davis Grubb, americano diventato autore di culto grazie al grande successo e ai riconoscimenti ottenuti da questo libro, e più noto al grande pubblico grazie anche alla celebre trasposizione cinematografica che Charles Laughton ne trasse nel 1955, dandovi un titolo che compare, con lievi distacchi da parte dei diversi interpreti, su quasi tutte le traduzioni dell'opera (fa eccezione l'edizione Baldini e Castoldi che traduce letteralmente: "La notte del cacciatore"): "La morte corre sul fiume" (adottato dalla Adelphi) o, come nell'edizione Anabasi del 1993, tradotta da Maria Teresa Marenco, "Il terrore corre sul fiume".
 

Per quanto possa inscriversi sotto la voce "thriller", il libro di Davis Grubb è ben più che un thriller costruito magistralmente: è un lungo viaggio fra le acque, i giunchi e le trappole del fiume Ohio, con la dovizia di particolari di un naturalista; è un viaggio tra l'America contadina e puritana degli anni '30, forgiata ed esaltata dalla tensione tra peccato ed espiazione,tra bene e male; è un viaggio nella mente dei personaggi ognuno nel proprio terribile ruolo: la preda, anzi le prede, e il cacciatore, e tutti coloro che si imbattono sulla loro strada tra il villaggio di Cresap's Landing e il fiume Ohio. 


La narrazione è architettata in una affascinante alternanza tra tempo reale e flashback, passato e presente, tra sogno e realtà, tra la visione disincantata degli adulti e quella dei bambini, tra gli occhi più maturi di John e quelli ingenui e inconsapevoli di Pearl, i due bambini protagonisti della storia. Il narratore è quasi sempre esterno, ad esclusione di una piccola parte verso la fine in cui il suo ruolo è rubato dal piccolo John, in una febbrile descrizione che mischia sogno e realtà restituendo la dimensione "infantile" al suo personaggio. La scrittura è impreziosita dal'uso di metafore che descrivono perfettamente la vita contadina e di campagna e la simbiosi tra la vita nei campi e lo scorrere del fiume.

 

Indimenticabili i ritratti dei protagonisti, i due piccoli Harper, vittime di un gioco più grande di loro, e il Predicatore, il cacciatore che viene "in pace ma con la spada" (materializzasi nel coltello a serramanico che nasconde nei calzoni), proclamandosi strumento di un Dio vendicatore. Ad essi si rivela ben presto che la cupidigia è il vero motore del mondo ed è capace di soffocare il cuore dell'uomo: lo sa Ben Harper, il padre dei bambini, che, nell'antefatto della vicenda, ruba del denaro e dopo la cattura non ne rivela il nascondiglio nemmeno davanti alla promessa di aver salva la vita, comprendendo che "non avevano a cuore la giustizia... bensì i diecimila dollari". Lo sa Willa Harper, la fragile vedova di Ben, madre dei due bambini, lo sanno gli abitanti del villaggio, incantati dal miraggio del denaro nell'epoca della crisi economica. Lo sa il più grande dei bambini, il taciturno John, costretto a subire un segreto molto più grande della sua giovane età, costretto da un giuramento a preservare la vita e l'innocenza della sorellina, a difenderla dalla cupidigia di chi sta loro intorno, soprattutto dell'enigmatico Predicatore giunto al villaggio per annunciare la parola del Signore nascondendo ben altri intendimenti. Harry Powell, l'uomo di Dio, sa bene come la cupidigia può annidare nel cuore dell'uomo. Sposa ben presto la vedova Harper e predica nella chiesa e per le strade con un fervore da invasato, confare suadente, agitando ipnoticamente le mani sulle cui nocche sono tatuate le parole "LOVE" e "HATE", inscenando una vera e propria lotta tra la mano destra e la mano sinistra, "tra la mano del bene e la mano del male". Nel prosieguo della vicenda si dipana la terribile caccia all'uomo, si avvolge la terribile "notte del cacciatore" che ha come scena il fiume, la luna piena e le rive che celano pericoli ma anche la salvezza. 

Il film di Laughton rende in maniera sapiente questi dettagli espressionistici grazie ad un bianco e nero e ad una fotografia che sembrano usciti da una pellicola di Fritz Lang, nel contrasto tra l'evocativa calma incantata della natura e il furore indemoniato della caccia e della fuga. Magistrale l'interpretazione del Predicatore da parte di un divo dell'epoca, Robert Mitchium, a suo agio sia nelle vesti del predatore e nei tempi propri di un thriller, sia nelle vesti dell'agnellino, dell'uomo di Dio, nelle vesti del subdolo incantatore, dell'abile affabulatore, dell'abile prestigiatore che muove le mani per ingannare gli spettatori.