sabato 18 giugno 2016

Le piccole cose di Niccolò Fabi

L'ultimo album di Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose, è un po' un lavoro espressionista, come un quadro che si apprezza guardandolo da lontano, un quadro le cui singole parti hanno significato in relazione alle altre, nel loro insieme. Infatti, il discorso narrativo di questo bellissimo disco si dispiega tra le canzoni, proprio come pennellate, tocchi di colore che in sé non legano un significato pieno ai brani, ma che insieme restituiscono un'idea chiara, una visione del mondo, la sensibilità di un uomo maturo verso i sentimenti, i rapporti tra le persone, e la loro relazione con il mondo. E l'artista li narra mettendo l'accento sul piano emozionale dell'esperienza, tratteggiando i sentimenti alla maniera di un pittore espressionista, dipingendo ogni parte con la tavolozza delle proprie emozioni, e non con i colori usuali. È un disco che sviscera il sentimento d'amore (amore inteso in senso molto ampio), uno studio dei rapporti tra le persone e il mondo, osservato in maniera profonda e toccante, usando i dettagli della vita di tutti i giorni, elevando l'ordinarietà di “piccole cose” (ecco il senso del primo pezzo) a elementi che riempiono la vita e la illuminano. È un disco che parla anche di distacco (come nella struggente Facciamo finta, dedicata probabilmente alla figlia scomparsa), dolore e rimpianti, come di un tutt'uno, una parte integrante dell'esistenza, che deve essere accettata al pari delle cose belle. Perché, in caso contrario, la soluzione è «un bell'asteroide / e si riparte da zero».



L'intimità e la delicatezza di questo approccio narrativo e musicale si rispecchiano nell'arrangiamento scarno, essenzialmente acustico (piano, chitarra acustica, poche percussioni) dei pezzi, fra l'altro suonati interamente dall'autore. Qua e là mi vengono in mente echi delle atmosfere soffuse e sognanti di Bon Iver e Sufiah Stevens; gli arrangiamenti di chitarra mi rimandano al folksinging americano (Devils and dust di Bruce Springsteen, ad esempio). Le canzoni hanno superato la canonica forma ritornello/strofa, e costituiscono una sorta di stream of consciousness musicale.

Ma adesso torniamo al livello tematico. Nel suo personalissimo studio sul sentimento d'amore, Fabi descrive il cambiamento e la maturità di un rapporto («Non è più baci sotto il portone, non è più l'estasi del primo giorno, è una mano sugli occhi prima del sonno», canta in Una mano sugli occhi), tratteggia con una metafora alla John Donne la tentazione tra proteggere e limitare la libertà di chi si ama («e poi disegno sopra un foglio col compasso / un cerchio che ha lo spazio messo a tua disposizione e protezione / e poi lo strappo / perché il tuo posto è il centro / padrone del tuo tempo / padrone di te stesso», nella splendida ballad Le chiavi di casa), canta il peso del tempo passato («Se avessi meno nostalgia / saprei conoscere, / godermi e crescere / Invece assisto immobile / al mio nascondermi / e scivolare via da qui» in Filosofia agricola) e del tempo presente che scorre via («il tempo passa e le cose non si mettono bene / che cosa stiamo aspettando / qual è il modo migliore per vivere insieme» in Le cose non si mettono bene). Il sentimento è sempre visto in relazione al tempo: le immagini poetiche non sono mai istantanee, ma colte in un costante dinamica temporale tra passato (nostalgia, rimpianto), presente e futuro (aspettative, ansie).

Ma il cantautore non può fare a meno di descriverne anche il lato oscuro, il dolore e il disincanto, come in Non vale più («L'amore che illuminava / le nostre notti d'inverno / La convinzione che tutto fra noi / fosse ancora possibile / Oggi non vale più / Oggi non basta più»), canzone che esprime anche sentimenti di disillusione verso la dimensione sociale delle persone («Il sogno di un uomo che tende la mano / La speranza reale di una sveglia collettiva / oggi non vale più / oggi non basta più»). Su questo stesso tema anche il singolo, musicalmente differente rispetto al resto delle canzoni, Ha perso la città, che esprime l'amarezza di una vita fagocitata da ritmi e usi estranei e nemici della socialità e della interazione interpersonale («...ma ha perso la città, ha perso un sogno / abbiamo perso il fiato per parlarci / ha perso la città, ha perso la comunità / abbiamo perso la voglia di aiutarci»).


La canzone che apre il disco (la titletrack), e quella che lo chiude, Vince chi molla, racchiudono perfettamente il discorso poetico e musicale di Una somma di piccole cose. Se la prima, a mo' di preludio anticipa uno dei sensi di cui sono investite le canzoni, l'ultima costituisce la personale Let it be del cantante, il grande miracolo e il conforto dell'accettazione della complessità e contraddittorietà della vita e dei rapporti tra le persone. Ad essi l'artista/uomo non si oppone più, li lascia andare, lascia che siano, lascia che abitino la sua esistenza. E infine: 


Distendo le vene

E apro piano le mani

Cerco di non trattenere più nulla

Lascio tutto fluire

L'aria dal naso arriva ai polmoni

Le palpitazioni tornano battiti

La testa torna al suo peso normale

La salvezza non si controlla...

Vince chi molla.