mercoledì 26 ottobre 2016

I remember Chet

“Ogni volta che suono, è come se fosse l'ultima. Già da molti anni. Non mi è rimasto molto, ma è fondamentale che coloro con cui suono vedano che io restituisco tutto quello che ho. E da loro mi aspetto lo stesso. Mi piace suonare, amo suonare. E, probabilmente, sono nato per questo.”

In questa frase c'è già l'attitudine e il destino di quello che fu definito il “James Dean della tromba”, “angelo caduto”, “diavolo con la faccia d'angelo”, il miglior trombettista jazz per la rivista DownBeat nel 1954 davanti a nomi come Clifford Brown e Miles Davis. Questa frase è la sintesi di una vita – allora ancora giovane – fatta di vette ed eccessi, successi e disastri, i primi legati alla musica, i secondi quasi sempre alla tragica dipendenza dall'eroina di uno dei principali protagonisti del “jazz freddo” - il cool jazz – che di freddo, a ben vedere, non ebbe nulla. 

Con queste parole, a trent'anni (siamo agli inizi dei Sessanta), Chet Baker rimandava al proprio difficile vissuto (già allora aveva rischiato la vita per overdose e aveva scontato un anno di detenzione nel carcere di Lucca per possesso di stipefacenti) e, allo stesso tempo, dichiarava il proprio status di eletto, di consacrato alla musica, fissando in esso la propria ragione di esistere. Questa stessa frase, a mio parere, sarebbe potuta uscire ugualmente dalla sua bocca anche qualche anno dopo, quando, per un mai chiarito caso legato probabilmente alla droga, il musicista fu costretto a farsi estrarre i denti incisivi e a portare una dentiera.


Per un trombettista un incidente ai denti equivale ad un incidente alle mani per un pianista. Chet rimase fuori dalle scene per diversi anni, vivendo di espedienti e combattendo (con alterni successi) col demone della dipendenza, quando - secondo quanto si racconta - Dizzy Gillespie lo riconobbe mentre lavorava in una pompa di benzina e lo aiutò a rimettersi in sesto.

E dunque questo angelo caduto non potè tradire la sua vocazione di consacrato alla musica. Nonostante le mille difficoltà, anche di natura economica, ricominciò a suonare la tromba con la dentiera, e tornò a farla parlare. Dovette letteralmente rimparare quello che aveva sempre fatto e per cui era nato, secondo le sue stesse parole. La sua musica, la sua stessa voce (come Louis Armstrong, Baker fu anche un interprete vocale), dolcemente romantiche, malinconicamente appassionate, divennero più dolorose, tristi, strazianti. Ogni assolo, ogni canto sembravano venire da un uomo condannato a non poter più suonare. Negli anni Ottanta, dopo la rinascita dei Settanta che gli valse la collaborazione con artisti del calibro di Jim Hall (“Concierto”), Stan Getz, Elvis Costello (del quale amò suonare la celebre Almost Blue), la sua musica incarnò spesso il lato più oscuro della luna. La sua voce, per natura fragile, divenne quasi un sospiro, le sue parole una preghiera. Se nelle copertine degli album degli anni Cinquanta e Sessanta (“Chet”, “It could happen to you”) si vede un giovane dalla “virilità gentile, che scambia effusioni patinate” (Stefano Solventi) con donne fascinose, negli album degli anni Ottanta è raffigurato spesso da solo, il volto scavato, solcato da rughe profonde: questo è quello che si vede, ad esempio, nella copertina di “Diane” (1985), con Paul Bley al piano, che contiene una commovente You go to my head, cantata con un una voce che sembra venire dagli angeli.

Della musica e del mood di quell'ultimo decennio della sua vita (muore nel 1988) voglio segnalare una toccante My funny valentine (tratta dall'ultimo concerto tedesco, pochi mesi prima della sua scomparsa), un classico di Rodgers & Hart che Baker incise per la prima volta negli anni Cinquanta con l'ensemble di Gerry Mulligan, e che da allora ha trovato, nella interpretazione del trombettista americano, la sua versione definitiva e insuperata.