Le molte recensioni all'ultima fatica di Clint Eastwood sono, a mio parere, più che mai delle riscritture del film. Eccetto il comune giudizio finale, parecchio lusinghiero, ciascun critico ci ha visto cose diverse, forse perchè l'argomento è tanto difficile e tocca tanto da vicino l'intimità delle persone che è impossibile commentarlo in maniera oggettiva, è impossibile ricavarne certezze ma solo dubbi, e dubbi impegnativi.
Elisa Battistini ci ha visto un Eastwood che "mette in scena, [...] una sensibilità che l’uomo possiede e che, in una vita schiacciata sulla ragione, reprime. Eastwood parla di intuizioni e folgorazioni intensissime che richiedono analisi e diventano discorso". Marzia Gandolfi ha osservato "l’esplorazione della morte con la grazia del poeta", Giordano Biagio afferma che "in questo ultimo film di Clint c'è molta poesia e poco intelletto, c'è arte ma fine a se stessa", Cecilia Sabelli si spinge a dire che non è "uno di quei film che lascia senza risposte, come chiunque assistesse distrattamente alla sua proiezione potrebbe credere".
Non riesco a ritrovarmi pienamente in nessuna di queste ed altre recensioni, sebbene tutte contengano degli spunti interessanti. L'oggetto della domanda, cui non trovo risposta né nella pellicola né nelle recensioni dei critici, è quello che Eastwood abbia voluto dire con questo film. Il regista si spinge nel terreno dell'indicibile proiettandovi i suoi dubbi, i suoi "sospetti" sull'esistenza di qualcosa dopo la morte. Per dirlo si affida all'intreccio di tre storie, una delle quali è quella del sensitivo (il pur bravo Matt Damon) che riesce a mettersi in contatto con i defunti, tra cui il fratellino morto del protagonista della seconda storia. Nella terza vicenda invece una giornalista, investita dal tragico tsunami indonesiano e giunta ad un passo dalla morte, non riesce più a tornare alla vecchia vita perchè tormentata dalla vaga percezione di visioni "dall'aldilà", provate durante il suo stato di incoscienza.
Non riesco a ritrovarmi pienamente in nessuna di queste ed altre recensioni, sebbene tutte contengano degli spunti interessanti. L'oggetto della domanda, cui non trovo risposta né nella pellicola né nelle recensioni dei critici, è quello che Eastwood abbia voluto dire con questo film. Il regista si spinge nel terreno dell'indicibile proiettandovi i suoi dubbi, i suoi "sospetti" sull'esistenza di qualcosa dopo la morte. Per dirlo si affida all'intreccio di tre storie, una delle quali è quella del sensitivo (il pur bravo Matt Damon) che riesce a mettersi in contatto con i defunti, tra cui il fratellino morto del protagonista della seconda storia. Nella terza vicenda invece una giornalista, investita dal tragico tsunami indonesiano e giunta ad un passo dalla morte, non riesce più a tornare alla vecchia vita perchè tormentata dalla vaga percezione di visioni "dall'aldilà", provate durante il suo stato di incoscienza.
