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sabato 3 dicembre 2016

Fughe nel sogno/fughe dall'incubo

David Locke è un noto fotoreporter che si trova in Africa per un servizio su uno dei vari dittatorelli della zona. Nell'albergo dove alloggia muore improvvisamente un tal Robertson, uomo dalla fama oscura, e il giornalista decide di assumerne l'identità, scambiando i propri documenti con quelli di Robertson e fingendo, così, la propria morte. Seguendo l'agenda del morto, Locke/Robertson si spinge in Europa, dove conoscerà una ragazza che lo accompagnerà nella sua fuga e nei suoi tentativi di depistare la propria moglie e il suo produttore, apprenderà dei loschi affari di Robertson, ma ne rimarrà inevitabilmente invischiato. 

Arthur Hamilton è un banchiere di mezz'età, ingabbiato in una esistenza noiosa scandita dal lavoro e da una vita familiare arida. Mentre ritorna a casa in treno un uomo, che credeva morto, gli mette in mano un biglietto con un indirizzo che scoprirà essere di una organizzazione segreta che offre un servizio molto particolare: inscenare la morte di una persona e dargli una nuova esistenza, così come ella la desidera. Arthur Hamilton, stufo della propria vita, è proprio il “cliente” perfetto: accetta una plastica totale e rinasce come Tony Wilson, noto pittore di Malibu. Ma dopo un iniziale entusiasmo la nuova vita gli apparirà in tutta la sua falsità e Tony/Arthur vorrà tornare indietro: questo, però, non si rivelerà affatto semplice.

Quelle che quassù ho provato a sintetizzare, sforzandomi di non entrare troppo nel dettaglio delle narrazioni, sono le trame di Professione: reporter (Passenger, 1975) di Michelangelo Antonioni e Operazione diabolica (Seconds, 1966) di John Frankenheimer, due film molto diversi ma che esprimono all'unisono un messaggio duro e inequivocabile: fuggire da se stessi non solo è impossibile, ma conduce inevitabilmente a conseguenze tragiche.

domenica 20 novembre 2016

Blood brothers

Ai miei fratelli di sangue

In una lunga chiacchierata con Neil Strauss di Guitar World nel settembre 1995, Bruce Springsteen parla del significato di amicizia che ispira uno dei suoi pezzi più belli e toccanti, Blood brothers, che ha dato il titolo al video che documenta la reunion della E Street Band dopo una separazione durata circa sei anni:


Blood brothers è il tentativo di capire il significato di “amicizia” quando ci si fa più vecchi. Credo di averla scritta la notte prima di arrivare in studio con la band, stavo provando a rivedere quello che stavo facendo e quello che questo sentimento significava per me e per gli altri mentre si va avanti nella vita. Di base ritengo di aver sempre pensato che le amicizie, la lealtà e le relazioni sono vincoli che ti impediscono di cadere nell'abisso dell'autodistruzione. E che senza queste cose l'abisso si avverta molto più prossimo, sotto i propri piedi. Io credo che ognuno senta il proprio nichilismo molto più vicino senza qualcuno che lo afferri per un braccio, lo spinga fuori e gli dica: “Hey, tirati su, stai solo passando una brutta giornata”. Così con questa canzone stavo provando a dare un ordine al ruolo che quelle profonde amicizie hanno avuto nella mia vita, amicizie nate quando ero giovane. Siamo cresciuti assieme, la gente si è sposata, ha avuto bambini, ha divorziato, ha attraversato le proprie dipendenze e se n'è tirata fuori, e ognuno ha fatto diventare gli altri dei pazzi.


Blood brothers non celebra solo una storia di amicizia e lealtà pluridecennale, un sodalizio unico e forse irripetibile, ma è anche l'occasione, come sempre nei testi più impegnati e autobiografici di Springsteen, per interrogarsi sul rapporto tra questa e la vita, il tempo passato, i sogni e le promesse. E ancora una volta Springsteen vuole dirci che la vita è un grande mistero e camminiamo a tentoni nell'ignoto del futuro, carichi delle esperienze che ci hanno reso tali - ricordi, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, compromessi. Ma a differenza di altri testi più dolenti, come The Promise (che comunque fu scritta in un periodo peculiare dell'artista), qui ad accompagnare questa strada verso l'ignoto c'è la forza e la salvezza che vengono dal significato della vera e profonda amicizia. 

mercoledì 26 ottobre 2016

I remember Chet

“Ogni volta che suono, è come se fosse l'ultima. Già da molti anni. Non mi è rimasto molto, ma è fondamentale che coloro con cui suono vedano che io restituisco tutto quello che ho. E da loro mi aspetto lo stesso. Mi piace suonare, amo suonare. E, probabilmente, sono nato per questo.”

In questa frase c'è già l'attitudine e il destino di quello che fu definito il “James Dean della tromba”, “angelo caduto”, “diavolo con la faccia d'angelo”, il miglior trombettista jazz per la rivista DownBeat nel 1954 davanti a nomi come Clifford Brown e Miles Davis. Questa frase è la sintesi di una vita – allora ancora giovane – fatta di vette ed eccessi, successi e disastri, i primi legati alla musica, i secondi quasi sempre alla tragica dipendenza dall'eroina di uno dei principali protagonisti del “jazz freddo” - il cool jazz – che di freddo, a ben vedere, non ebbe nulla. 

Con queste parole, a trent'anni (siamo agli inizi dei Sessanta), Chet Baker rimandava al proprio difficile vissuto (già allora aveva rischiato la vita per overdose e aveva scontato un anno di detenzione nel carcere di Lucca per possesso di stipefacenti) e, allo stesso tempo, dichiarava il proprio status di eletto, di consacrato alla musica, fissando in esso la propria ragione di esistere. Questa stessa frase, a mio parere, sarebbe potuta uscire ugualmente dalla sua bocca anche qualche anno dopo, quando, per un mai chiarito caso legato probabilmente alla droga, il musicista fu costretto a farsi estrarre i denti incisivi e a portare una dentiera.


mercoledì 6 maggio 2015

Il fiume Potudan'

Segnalo un estratto della nota rivista online di slavistica eSamizdat (I/2003) che contiene, oltre ad un interessante saggio introduttivo di Stefano Bartoni, la nuova traduzione da parte dello studioso del celebre racconto di Andrej Platonov (1899 - 1951) Il fiume Potudan', scritto nel 1936 e pubblicato in Italia da Einaudi solo negli anni sessanta. Nel 1989 Sellerio pubblica una nuova traduzione, sull'onda del successo del film che il regista Andrej Konchalovskij trasse da questo stesso racconto: il titolo della pellicola è Maria's lovers e le vicende, ambientate dallo scrittore nella Russia post guerra civile, sono trasposte nell'America del dopoguerra. 
La locandina del film con in primo piano Nastassja Kinski e John Savage
Senza voler entrare nel dettaglio della trama, si narra dei traumi, vissuti durante la guerra, di Ivan, e delle conseguenze che, ritornato in patria, gli impediranno una vita sentimentale e sessuale normale. La breve storia del protagonista, in un perfetto parallelismo, troverà un incerto scioglimento solo grazie ad un altro trauma, di ben altra natura. 

Come è facile immaginare, se si va con la mente al destino editoriale delle traduzioni di molte pregevoli opere straniere, le due edizioni sono ormai introvabili: per cui è con entusiasmo e con sincera gratitudine a Stefano Bartoni che vi segnalo questa traduzione, in attesa che un grande editore venga illuminato dalla grazia e si decida a ripubblicare o a tradurre nuovamente le opere di Platonov, come avvenuto recentemente per il grandioso racconto distopico Čevengur, che valse a Platonov l'ostracismo del regime staliniano e la sua precoce "fine" artistica. 

Questo è il link diretto all'estratto della rivista, in pdf, contenente la traduzione.

venerdì 3 aprile 2015

Follow that dream


Sono perfettamente d'accordo con l'utente Ray White che, commentando questa splendida versione del classico di Elvis Presley, scrive: «Bruce cambia l'arrangiamento, tutto è differente, ascoltate la versione di Elvis. Non è la stessa canzone. Mi spiace per i fan del Boss, ma le versioni non possono essere paragonate». 

La canzone originale, tratta dall'omonimo musicarello (1962, in Italia uscito con il titolo Lo sceriffo scalzo) interpretato da The King, è una canzone allegra, leggera e spensierata, veloce e ritmata. Bruce Springsteen, invece, la trasforma in una commovente preghiera collettiva, fa diventare sacro quel sogno e, conservando le stesse parole, ne esalta il valore evocativo, quasi messianico. Sarà questa la "sua" versione, suonata sempre con lo stesso arrangiamento dal suo debutto nel 1981, secondo quanto riporta l'informatissimo sito dei fan libanesi del Boss. Il brano da me presentato è tratto dal Tunnel of love Tour del 1988, tappa di Basel (Svizzera).

Forse perché il testo tocca importanti corde della poetica springsteeniana, dalla fuga all'american dream, all'importanza di condividerli con la donna dei propri sogni:

Now I've been searching for a heart that's free
Searching for someone, to search with me
I need a love, a love I can trust
Together we'll search for the things that come to us

In dreams, wherever they may be
Come on follow that dream to find the love you need
Come on follow that dream

Ed ecco la versione originale, tratta proprio dal film:


martedì 30 dicembre 2014

La missione del bibliotecario

Nel saggio che dà il nome a questo libello (José Ortega y Gasset, La missione del bibliotecario, Sugarco) che raccoglie un altro notevole scritto sulla delicata missione del traduttore (Miseria e splendore della traduzione), José Ortega y Gasset delinea una storia del libro e della missione del bibliotecario come lo sviluppo di un'esistenza, di una materia viva che nel XX secolo sperimenta il suo momento cruciale nel passaggio dalla giovinezza alla maturità. Esplicando la sua complessa e affascinante metafora, allo scopo di fare luce su questo passaggio, il filosofo ci consegna delle parole a mio parere memorabili sul significato di giovinezza e maturità dell'essere umano, tanto belle da relegare in secondo piano lo scopo stesso della sua metafora e del suo intervento, letto nel 1935 in apertura del Congresso Internazionale dei Bibliotecari a Parigi.

Se la vita è azione vuol dire che ogni età della vita si differenzia per il modo di agire che predomina nell'uomo. La gioventù di solito non fa quello che fa perché sia necessario farlo, perché lo consideri inevitabile. Al contrario, non appena si rende conto che una cosa è obbligatoria, ineludibile, tenterà di evitarla, e, se non vi riesce, eseguirà questo compito con tristezza e di malavoglia. La mancanza di logica che c'è in tutto questo fa parte di quel magnifico tesoro di incongruenze da cui, per fortuna, è costituita la giovinezza. Il giovane si imbarca con entusiasmo soltanto in quelle attività che gli appaiono revocabili [...]. Ha bisogno di pensare che in qualsiasi momento può abbandonare una determinata occupazione e saltare ad un'altra, evitando così di sentirsi prigioniero di una sola attività [...]. In questo modo la sua attività reale gli appare solo come un esempio delle innumerevoli altre cose a cui potrebbe dedicarsi in quel momento. Grazie a questo intimo stratagemma riesce virtualmente ad ottenere ciò a cui ambisce: far tutte le cose allo stesso tempo, per poter essere in una volta sola tutti i modi essere uomo (pag. 40 - 41).
[...]
L'età matura si comporta in modo opposto. Sente il piacere della realtà, è la realtà nel "fare" è proprio ciò che non è capriccio, ciò che non è irrilevante se viene fatto o no, ma che sembra inevitabile, urgente. In questa età la vita giunge alla verità di se stessa e scopre quella fondamentale ovvietà secondo cui non si possono vivere tuttele vite, ma al contrario ogni vita consiste nel non vivere le altre, rimanendo così la sola. Questa vivida coscienza di non poter essere, di non poter fare più di una cosa alla volta restringe le nostre esigenze alla scelta di quella cosa (pag. 41 - 42).

martedì 23 dicembre 2014

La macchina del tempo

Dopotutto sembra che restino fissi, come la farfalla di Madame Butterfly - “da uno spillo trafitta, ed in tavola infitta” - nelle pagine, nei solchi di un vinile, nei bit scritti su un compact disc. Sembra che restino fermi, passivi al volgere del tempo, e invece crescono assieme noi e cambiano, offrendo nuovi volti a nuovi occhi, arricchiti di esperienza, strumenti, sovrastrutture, capacità di analisi. Penso al modo del tutto diverso con cui ho guardato col tempo a dischi come Blue di Joni Mitchell o Kid A, o alle poesie di Pascoli, o a libri come Delitto e castigo. Nuovi occhi su nuovi volti, dopotutto - volti che forse ci sono sempre stati, bastava saperli vedere.

Così mi ricapita tra le mani un vecchio compact disc, il secondo disco di un tributo collettivo ai Mašina Vremeni (“macchina del tempo”), gruppo molto popolare nella Russia degli anni Settanta e Ottanta. Regalo inaspettato: in una torrida estate moscovita, mentre frequentavo un corso di lingua all'RGGU, un vicino di stanza tedesco lo lasciò in eredità assieme ad altri cd e a qualche libro. Ma pure regalo incompreso: ricordo di averlo ascoltato una volta appena e averlo riposto subito nello scaffale delle “delusioni” (assieme agli irredimibili Landing on water di Neil Young e a The road to hell part 2 di Chris Rea).

domenica 31 agosto 2014

Gira la cote

Nell'Oriente da fiaba inventato da Puccini per Turandot (1924), novella Sfinge partorita dalla fantasia di Carlo Gozzi nel Settecento, colpisce questo torvo inneggio al boia e alla morte (Gira la cote) in nome della Principessa, colei che ordina la morte dei pretendenti incapaci di risolvere gli enigmi, escogitati per vendicare l'antica ava uccisasi per una delusione amorosa. La folla invoca il mostrarsi della Luna, "l'amante smunta dei morti", testimone dell'opera incessante del carnefice che ha affilato la lama su una grossa cote a forma di ruota nella prima parte di questa complessa pagina corale.


Quasi un secolo dopo Casta diva di Bellini, che la invocava per calmare lo "zelo audace" dei Galli (1835), la Luna è sempre testimone dell'aldilà, del mistero, del soprannaturale, ma ad evocarla non è più Norma, la sacerdotessa, ma una folla truce e senza nome che adora una algida e spietata principessa, in una riproposizione del biblico "crucifige".

domenica 20 luglio 2014

La Martorana di Palermo

Il campanile normanno (sec. XII)
Le foto e le righe che seguono non hanno l'ambizione di documentare in maniera esauriente lo splendore e i tesori artistici della Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio (o "La Martorana") di Palermo: sono il mio semplice, personale modo di fissare nella memoria alcuni scampoli di bellezza che non si possono non avvertire varcando la soglia e alzando gli occhi alle volte di questo meraviglioso tempio della cristianità.   

La chiesa fu eretta nel 1143 da Giorgio d'Antiochia, Ammiraglio di Ruggero II (per questo motivo è conosciuta anche come Chiesa dell'Ammiraglio). Lo splendido interno ne testimonia la lunga storia: impreziosito da un ciclo musivo bizantino che ha pari solo nella celeberrima Cappella Palatina, fu rimaneggiato e "allungato" nel 1588 chiudendo il vecchio portico e unendolo al campanile, una delle parti non coinvolte nel restyling. Al periodo barocco risalgono, quindi, il soffitto della parte "nuova", affrescato nel '700 da Guglielmo Borremans e Olivio Sozzi, l'abside e l'altare (1683), e infine la nuova facciata, che dà su Piazza Bellini. 

Al sommo della cupola: "il Pantocratore", ai lati, figure di Profeti


Re Ruggero incoronato da Gesù
Nel 1221 la chiesa fu affidata al clero greco; nel 1433 Alfonso d'Aragona la "annesse" all'adiacente monastero benedettino, fondato nel 1194 da Eloisa Martorana: questa l'origine dell'altra denominazione, La Martorana. E, per una affascinante successione di "eponimi", da qui deriva il nome dei celebri dolci di marzapane, dalle invitanti forme di frutta, preparati dalle monache benedettine. Dal 1937 è concattredrale della Diocesi di Piana degli Albanesi, ed è affidata alla omonima Eparchia, officiante secondo il rito bizantino.


Tra gli avvenimenti storici legati a questo tempio, segnalo l'adunata dei baroni e rappresentanti delle città siciliane che nel 1282, dopo il Vespro, decisero di offrire la Corona di Sicilia a Pietro d'Aragona.

Transito della Vergine

martedì 15 luglio 2014

Dalla parte delle vittime

L'acuta e condivisibile riflessione di Violetta Andriolo a proposito delle manifestazioni contro le dure rappresaglie israeliane in Palestina, che ho molto apprezzato per chiarezza e lucidità, sottolinea l'importanza di schierarsi dalla parte delle vittime contro le atrocità mettendo in guardia dal tranello delle facili generalizzazioni, abitudine spesso indotta - a dire il vero - dalla scarsa informazione della gente e dalla discutibile qualità di alcuni giornali e notiziari. Avverso a questa abitudine, sono dell'opinione che problemi di tale complessità e gravità debbano essere affrontati in maniera più problematica, sforzandosi di evitare la parzialità, la miopia ideologica, e cercando di non farsi tentare dall'altra, pericolosa tendenza che sfocia nel "sono tutti uguali".

Emmanuel Carrère
Rileggendo Limonov di Emmanuel Carrère, la splendida biografia romanzata dedicata allo scrittore e attivista russo Eduard Limonov, mi sono imbattuto in un brano in cui l'autore affronta esattamente tutti questi temi e annota quasi le stesse riflessioni, con l'unica differenza che queste scaturiscono dalla terribile esperienza del conflitto nella ex Jugoslavia, in particolare tra serbi e bosniaci. Le parole dello scrittore francese, che condivido pienamente come quelle di Violetta Andriolo, meritano di essere riportate per la loro estrema lucidità e per la loro importanza e, non ultimo, per la (casuale?) coincidenza di averle apprezzate quasi nello stesso momento.

Carrère parla di Jean Hatzfeld, giornalista francese che, un anno dopo aver subito l'amputazione della gamba per colpa di una raffica di mitra che credeva provenire dalle fila degli assedianti serbi, torna a Sarajevo per scoprire, dopo lunghe ricerche, che a ferirlo era stato il fuoco dei miliziani bosniaci. Carrère ammira l'onesta intellettuale di giornalisti come Jean Hatzfeld o Jean Rolin, autori di pregevoli reportage su quella sporca guerra.

"Questa onestà mi colpisce ancor più perché non sfocia nel «sono tutti uguali» che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell'assedio di Sarajevo quando, con l'acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all'altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall'interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean [Hatzfeld e Rolin, ndr], restii a unirsi al coro delle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l'altro più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci si schiera col più debole. Si va dove cadono le granate, non dove partono.

domenica 6 luglio 2014

Eduard e Elena

Eduard Limonov e Elena Ščapova,  Mosca 1974
L'immagine qui accanto raffigura Eduard Savenko, alias Limonov, assieme alla prima moglie Elena, risalente al 1974, poco prima della fuga in Occidente. Emmanuel Carrère, nella fortunata biografia romanzata dedicata a Limonov (e che ha reso celebre contemporaneamente l'autore e l'eroe del suo libro), fa riferimento proprio a questa fotografia e, tratteggiando con brio acuto il sottobosco dissidente della Mosca brežneviana, definisce Eduard ed Elena come i sovrani di quella vivace e occulta bohème. «Se attorno al 1970 – continua Carrère - c'è stato in unione Sovietica qualcosa di simile al glamour», qualcosa di simile alle foto patinate delle riviste occidentali che circolavano clandestinamente in Russia, «ebbene Eduard e Tanja* ne sono stati l'incarnazione». Lei bellissima, longilinea e trasgressiva, già sposata al pittore finto-dissidente Ščapov; lui fiero, trionfante, giovane poeta fuggito dal grigiore della provincia ucraina. In questa foto, che egli considera un “attestato al merito” (di aver avuto, amato e essere stato riamato da quella donna), Eduard ostenta una giacca formata da centoquattordici pezzi di stoffa variopinta, simbolo della sua eccentricità e del suo spirito di adattamento e sopravvivenza – sbarca il lunario nella capitale come sarto di giacche, i cui modelli copia nelle riviste clandestine. Pochi anni dopo le strade dei due giovani si divideranno, formando due storie diverse e avvincenti: la prima l'ha raccontata Limonov stesso nei suoi numerosi libri, e poi Carrère nella sua splendida biografia; la seconda invece, ancora sconosciuta da noi, è raccontata in un libro della contessa De Carli, ovvero da Elena stessa (il titolo è Sono io, Elena, in risposta al libro dell'ex marito Sono io, Edička), diventata contessa in seguito al matrimonio con il conte Gianfranco De Carli.
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*Inspiegabilmente, l'edizione italiana di Limonov di Carrère cambia il nome di Elena con Tanja, e la fa sposare ad un marchese spagnolo.

venerdì 30 maggio 2014

Il litigio dei due Ivan di Gogol'

Sergej I. Gribkov, Il litigio di Ivàn Ivànovič con Ivàn Nikìforovič (1864), San Pietroburgo, Museo Russo.

"L'intero gruppo costituiva un quadro vigoroso: Ivàn Nikìforovič, fermo in mezzo alla stanza in tutta la sua bellezza, senza alcun ornamento! La baba, con la bocca spalancata e il volto che esprimeva una smorfia insulsa e piena di terrore! Ivàn Ivànovič, col braccio levato verso l'alto, come vengon di solito raffigurati i tribuni di Roma! Quello fu un momento fuori dall'ordinario! Uno spettacolo grandioso! E intanto uno solo era lo spettatore: si trattava del ragazzo dalla smisurata finanziera, che se ne stava lì piuttosto tranquillo a ripulirsi il naso con un dito."

(Nikolaj V. Gogol', Storia del litigio tra Ivàn Ivànovič e Ivàn Nikìforovič, in Opere, vol. I, traduzione di Serena Prina, Mondadori, pag. 548)


La celebre maestria pittorica di Gogol' dipinge, letteralmente, la famosa scena tratta dal racconto Storia del litigio tra Ivàn Ivànovič e Ivàn Nikìforovič, contenuto nella raccolta Mirgorod (1835), proseguimento dei racconti delle Veglie alla masseria presso Dikan'ka (1831 - 32).

mercoledì 26 febbraio 2014

Inside Llewyn Davis


Dal film A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), dei fratelli Coen, l'interpretazione del traditional Hang Me, Oh Hang Me di Oscar Isaac, ottimo protagonista della storia ispirata al folksinger Dave Van Ronk, volto noto del Village negli anni '60. Su e giù da (quel) palco, parafrasando Ligabue, si avvicendano gli artisti più diversi, compreso il giovane Bob Dylan. Peccato che i Coen, troppo concentrati, forse innamorati di questo affascinante "musicista perdente", alle prese con il gelo della grande città come i romantici bohémien di Puccini, raccontino una New York ricca di fermenti ma grigia, anche cromaticamente, dimenticando il calore, la vivacità e la varietà dei colori del  Greenvich Village nei sixties. Colori che a mio parere ha dipinto meglio Todd Haynes in Io non sono qui (2007), omaggio affascinante alla vicenda artistica e al "multiforme ingegno" del menestrello di Duluth. Il messaggio della pellicola, dopotutto (e qui sono d'accordo con il mio amico Enrico, col quale condivido l'opinione) è che in quella splendida stagione creativa, piena di luci e ombre, contraddizioni, colori e grigiori, delusione ed esaltazione, ideali e cinismo, qualcuno ce l'ha fatta, altri no, e non poteva che essere così.

venerdì 13 dicembre 2013

Gogol' a Roma

Monumento a Nikolaj Gogol' di Zurab Cereteli
Un piccolo, insolito itinerario ha occupato poche ore delle mie passeggiate romane, poche centinaia di metri tra la quiete sotto assedio di Villa Borghese e la vivacità di via Sistina, la via che collega piazza Barberini a Trinità dei Monti. Incuriosito dalla bella iniziativa raccontata in questo pezzo di Russia Oggi, mi sono messo sulle tracce della presenza di Nikolaj Gogol' a Roma, e poi sono andato a cercare e il suo monumento nei Campi Elisi cittadini, in mezzo a statue e busti dedicati alle personalità più disparate, accomunate dall'amore per la Capitale o per l'Italia. Il nostro, ad esempio, occupa uno degli angoli del crocicchio intitolato a Paolina Borghese, di fronte all'ingresso della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, assieme allo scrittore peruviano Garcilaso de la Vega, al principe - vescovo montenegrino Petrović - Njegoš e al poeta egiziano Ahmed Shawqi, non lontano dal poeta azero Nizami Ganjavi e a una ventina di metri dal monumento a Puškin, nel viale
Madama Letizia. Gogol' siede scomodo, in una posa di rara pesantezza, tenendo tra le braccia una maschera che pare della Commedia dell'Arte, o addirittura una maschera di se stesso coronata d'alloro. Nel basamento alcune parole tratte da una lettera ad un amico: Io posso scrivere della Russia solo stando a Roma. Solo da lì essa mi si erge dinanzi in tutta la sua interezza, in tutta la sua vastità. L'autore del monumento è lo scultore georgiano Zurab Cereteli, ben noto ai moscoviti per molte opere, tra cui l'enorme obelisco di ferro di Park Pobedy e il "chiacchierato" monumento a Pietro il Grande davanti al Park Gor'kij. L'appartamento dove lo scrittore visse alcuni anni, dove compì un'accurata revisione dell'Ispettore generale, dove scrisse una parte consistente delle Anime morte e del racconto Roma si trova invece all'interno di un semplice palazzo a pochi metri dal teatro Sistina, quello reso noto dagli spettacoli di Garinei e Giovannini. Ricorda il celebre inquilino la semplice lapide, in russo e in italiano, posta nel 1901 dalla comunità russa a Roma.

sabato 5 ottobre 2013

Manifiesto secondo Springsteen

Victor Jara
Dagli splendidi, a detta della critica, concerti della tournée sudamericana di Bruce Springsteen, un omaggio al Cile e al popolo cileno con la cover di Manifiesto di Victor Jara, celeberrimo cantautore "politico", attore e regista (una figura che per la sua poliedricità mi ricorda quella del menestrello russo Vladimir Vysockij), vittima delle purghe di Pinochet. In questo link, dall'ottimo sito Antiwarsongs, si può trovare il testo e la traduzione del brano, con un interessante commento introduttivo. L'esecuzione, nel video che vi propongo, è introdotta dallo stesso Boss, in spagnolo: la traduco dall'inglese, la cui versione si trova nella pagina del sito ufficiale di Springsteen dedicata a tre video memorabili della tournée:
"Nel 1988 suonammo per Amnesty International a Mendoza, Argentina, ma il Cile era nei nostri cuori. Abbiamo incontrato molte famiglie di desaparecidos, che avevano foto dei loro cari. Fu un momento che è rimasto con me per sempre. Un musicista impegnato, Victor Jara, rimane una grande ispirazione. è un onore essere qui, e la eseguo con umiltà"

Buon ascolto.

sabato 14 settembre 2013

Otago

"A 
Borys e a tutti gli altri
che come lui hanno attraversato
nella prima giovinezza la linea d'ombra
della loro generazione
con affetto"

Questo nella foto qui accanto è un relitto, conservato presso il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, una parte della prua di una nave molto molto speciale: si tratta dell'Otago, la piccola imbarcazione della quale fu capitano, negli anni giovanili di marinaio, Joseph Conrad, e il cui vivido e emozionante ricordo si può leggere tra le pagine di The shadow line. Come riportato in una delle note della traduttrice della edizione Einaudi, Flavia Marenco, l'Otago fu un piccolo brigantino di circa 400 tonnellate, in servizio tra gli anni '70 dell'Ottocento e il 1931, anno del suo disarmo. Conrad lo capitanò, effettuando un viaggio del tutto simile a quello descritto nel sua racconto, nel 1888. Tutti i componenti dell'equipaggio, con nomi leggermente cambiati, compaiono nel libro, scritto nel 1916, durante gli anni della Prima Guerra Mondiale. 

Joseph Conrad
Ad essa allude Conrad nella sua prefazione, aggiunta nelle edizioni successive alla prima, quando parla di "prova suprema" per la nuova generazione. Senza volerla mettere a confronto con i venti di guerra del '16 e del '17, l'esperienza di capitano dell'Otago condusse il giovane Conrad a oltrepassare la linea d'ombra della giovinezza, la stessa linea che il figlio Borys, destinatario della dedica, si accingeva ad a oltrepassare in quegli anni difficili. La linea d'ombra è, nelle parole della Prefazione,  il confine, il passaggio tra "la giovinezza, spensierata e fervente" e il "periodo più consapevole e mordace della maturità".

Anni dopo il suo disarmo, nel 1957, l'Otago venne distrutto dal fiamme nel porto di Hobart. La prua della nave venne recuperata anni dopo grazie all'interessamento dell'editore Ugo Mursia, traduttore, studioso e grande esperto dello scrittore anglo-polacco.

domenica 12 maggio 2013

Navaždenie


Una scena del film
Un po' come se davanti alla Fiat, alla SuperMegaDitta, si innalzasse una statua a Fantozzi. Il monumento in questa foto si trova nei pressi del Politecnico di Krasnodar e immortala i famosissimi personaggi dell'episodio Navaždenie (traducibile con «Ossessione») del film del 1965 «Operazione "Y" e altre avventure di Shurik», popolarissimo in Russia, e che ha avuto diversi sequel e continui remake (eccone uno recente). La trama gira attorno alle esilaranti vicende di Shurik (Aleksandr Dem'janenko), studente del Politecnico, "ossessionato" dalla ricerca degli importantissimi appunti per preparare gli esami, e del suo incontro/inseguimento di Lida (Natal'ja Seleznëva) con l'obiettivo di "studiarne" gli appunti (nel film e nel monumento la ragazza li tiene, appunto, in mano). I due, ignari l'uno dell'altro, "ossessionati" dalla lettura dei preziosi appunti, prendono l'autobus, vanno a casa di lei, fanno uno spuntino e un riposino, fino all'ora dell'esame, che sarà un successo per entrambi. L'episodio si conclude con il reciproco déjà vu dei due protagonisti e con lo sboccio dell'amore. Questi personaggi sono talmente famosi che un analogo monumento sorge da poco anche a Mosca, davanti all'Istituto di Economia (qui la foto). 


domenica 7 aprile 2013

Nebraska

Tom Waits ha detto, parlando nello specifico della canzone Wild Billy's circus story, che "le canzoni di Bruce Springsteen sono come dei filmini", hanno qualcosa di cinematografico, come il suo stesso modo di raccontare. Molti critici infatti hanno scritto molto sul rapporto tra la musica del Jersey Devil e il cinema: numerose canzoni sono più o meno direttamente ispirate da film, o dai loro titoli, e addirittura sono ben due le canzoni dell'album Nebraska che hanno un legame molto stretto con il cinema, anche se in maniera molto diversa l'una dall'altra. La title-track, infatti, fu scritta da Springsteen avendo bene in mente il primo film di Terrence Malick, Badlands (titolo di un altro celebre brano del nostro), tanto è vero che narra l'identica vicenda del film, quella del serial killer Charles Starkwheater e della sua fidanzata bambina, tratta da fatti realmente accaduti nel Midwest americano nel 1958. Il film, magnificamente interpretato da Martin Sheen e recensito in maniera eccellente dai critici, è stato distribuito in Italia col fuorviante titolo La rabbia giovane; in questo video della canzone, con tanto di sottotitoli italiani,  si possono ammirare alcune immagini: 



L'altro brano di Nebraska è la toccante Highway patrolman. A differenza della title-track questa canzone non è ispirata da nessun film, ma al contrario ne ha ispirato uno, il primo film di Sean Penn, Indian Runner (Lupo solitario nella distribuzione italiana). Quando l'album uscì, nel 1982, Penn usciva con la sorella di Springsteen, ed è probabile che i due avessero parlato di questo soggetto. La vicenda narra della storia di due fratelli, completamente diversi l'uno dall'altro, l'uno inquadrato e l'altro scapestrato, l'uno poliziotto e l'altro fuorilegge, che il destino metterà l'uno contro l'altro, da un lato all'altro di un fucile, tra un lato e l'altro del confine. L'uno è David Morse, l'altro è un giovane Viggo Mortensen (da segnalare anche la presenza di Valeria Golino nel cast). Anche in questo video della canzone si possono ammirare le belle immagini del film:

domenica 3 marzo 2013

The death of Chatterton



Questo dipinto di Henry Wallis, The Death of Chatterton (1856), conservato al Birmingham Museum and Art Gallery, consacra il mito di Thomas Chatterton (1752 - 1770) come eroe romantico che, nella morte, si fonde perfettamente con la sua arte divenendo esso stesso arte. Curiosa la storia della sua vita: figlio di un intellettuale, curiosissimo e precoce appassionato cultore del medioevo (secondo il gusto dell'epoca, che sfociò nel tardo settecentesco folk revival di operazioni come i celebri Canti di Ossian di McPherson), raccolse a 17 anni i Poems supposed to have been written at Bristol, by Thomas Rowley and others, in the Fifteenth Century. Naturalmente la poesia di questi canti è di sua pura invenzione, doverosamente "medievalizzata" per sostenerne la finzione. Il misterioso monaco Thomas Rowley, o il presunto ritrovamento nella chiesa di St. Mary, naturalmente, erano falsi: scoperto, incapace di sostenere il fallimento, a detta di Franco Buffoni (Storia della letteratura inglese, a cura di Paolo Bertinetti), della sua spregiudicata operazione letteraria, per di più in precarie condizioni finanziarie, si suicida sorbendo dell'arsenico, prima di compiere diciotto anni. 

All'epoca la sua morte passò praticamente inosservata, sebbene fosse stato ben presto apprezzato il suo genio e definita, a dispetto della giovane età, "molto matura" la sua ispirazione. Qualche decennio più tardi, in pieno Romanticismo, fu riscoperta ed esaltata la sua figura. Lo ricordano nelle loro opere, con dediche e liriche dedicate, William Wordsworth, Samuel Coleridge, Percy Shelley, John Keats, e molti altri.

venerdì 26 ottobre 2012

"I don't believe you!"

Al minuto 0' 55" di questo video, tratto dal bellissimo No direction Home di Martin Scorsese, docufilm sulla nascita del mito di Bob Dylan, si può ammirare uno dei momenti più significativi della storia del rock: Manchester, Free Trade Hall, 17 Maggio 1966, tappa del tour mondiale seguito all'uscita di Like a Rolling Stone:



- (dal pubblico) Judas!
- I don't believe you! You are a liar. (rivolgendosi a Michael Bloomfield) Play it fucking loud!

Un Dylan con le idee già chiare sulla strada che prenderà la propria musica spazza l'ennesima contestazione con una battuta, divenuta celebre per essere finita in uno dei bootleg più famosi della storia del rock, inspiegabilmente circolato come The Royal Albert Hall Concert. Poi si rivolge a Michael Bloomfield, alla chitarra: "suona maledettamente forte", e la band attacca una versione furiosa e incendiaria di Like a rolling stone. Erano ormai lontani i tempi del Newport Folk Festival, che aveva consacrato il giovane Zimmy come nuova icona del folk, in compagnia di gente come Pete Seeger e Woody Guthrie. La famosa "svolta elettrica" era già stata sancita con Bringin' All Back Home e con la seconda partecipazione a Newport, dove erano cominciate le prime contestazioni per il presunto "tradimento" del folk da parte del nuovo idolo. Per un cantante folk che moriva nasceva una delle stelle più fulgide del rock.