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sabato 18 novembre 2017

Equilibrium Rooms

Rooms è il titolo dell'album, frutto del nuovo progetto artistico di Fabrizio Licciardello Equilibrium, composto in stretta collaborazione con Dario Laletta

Preso in mano il disco e ignari di questo, complice la grafica della bellissima e enigmatica copertina (a cura di Stefania Mazzaglia), non è difficile equivocare leggendo una dopo l'altra le parole equilibrium rooms, ovvero le “stanze dell'equilibrio”: e questa lettura potrebbe suonare strana per un disco che, come vedremo, è in realtà un concept sulla follia, nato e in seguito sviluppatosi dalla colonna sonora, composta dallo stesso Fabrizio, del fortunato spettacolo Follia (a cura di Laura Avola e Corrado Dipietro). Potrebbe suonare strano ma, secondo il mio modesto parere e a dispetto del tema, questo album è un mirabile esempio di equilibrio compositivo e chiarezza d'intenti, un'opera eloquente e matura su un argomento complesso e affascinante che rimanda all'instabilità, alla mutevolezza, all'incomprensione e quindi alla dissonanza, non solo in termini musicali. Sono queste alcune delle cifre cardine di questa musica, e queste stanze “sonore”, come le stanze di un componimento poetico, come le stanze di una complessa architettura sonora, si riflettono nella estrema ricchezza e diversità dei brani, nella mutevolezza di ciascuna delle loro parti, nei cambi di tempo e di sonorità, testimonianza della maestria tecnica e compositiva di Fabrizio Licciardello. Fabrizio mette in mostra in ognuno di questi brani il fiore del suo ormai ultradecennale studio sulla chitarra: ma, detto questo, Rooms non è comunque un disco “per chitarristi”, o meglio, non solo. È un'opera in cui il suono di chitarra, che è struttura essenziale di ogni brano nel suo intrecciarsi complesso e ardito con la controparte ritmica, non è un mero sfoggio di tecnica, ma è un eclettico strumento al servizio di un'idea poetica, elemento della creazione di complesse atmosfere musicali, e il frutto degli ascolti, reinterpretati in maniera personale e originale, dei grandi maestri del metal, della fusion, del progressive, del rock, del jazz. E si può considerare, secondo il mio punto di vista, l'evoluzione del precedente progetto musicale di Fabrizio Licciardello e Paolo Capizzi, Atlantis, in cui la chitarra elettrica dialogava con quella acustica e alcuni brani, come Where the stars fall down, assumevano la struttura complessa che ritroviamo in tutte le composizioni di questo lavoro. Rooms è, in altre parole, una peculiare Conversation to myself con la quale Fabrizio dialoga con se stesso, nonostante in questo disco non ci siano sovraincisioni, ma, a differenza dell'omonimo album di Bill Evans, tutte le tracce di chitarra sono suonate e registrate in diretta. È un disco che, nella sapiente orchestrazione ritmica e armonica delle sue parti, mostra una padronanza e una maturità compositiva straordinarie.

giovedì 7 luglio 2016

La pazza gioia


L'incomprensione è una delle chiavi dell'ultimo, commovente film di Paolo Virzì: l'incomprensione e la mancanza di solidarietà all'interno dei nuclei sociali, dalla famiglia alla comunità; l'incomprensione (e l'inadeguatezza) degli strumenti normativi per racchiudere la complessità dei problemi psicologici, dei disagi sociali; l'incomprensione dei giudici che li utilizzano intervenendo pesantemente sulla vita e sui legami affettivi delle persone.

sabato 18 giugno 2016

Le piccole cose di Niccolò Fabi

L'ultimo album di Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose, è un po' un lavoro espressionista, come un quadro che si apprezza guardandolo da lontano, un quadro le cui singole parti hanno significato in relazione alle altre, nel loro insieme. Infatti, il discorso narrativo di questo bellissimo disco si dispiega tra le canzoni, proprio come pennellate, tocchi di colore che in sé non legano un significato pieno ai brani, ma che insieme restituiscono un'idea chiara, una visione del mondo, la sensibilità di un uomo maturo verso i sentimenti, i rapporti tra le persone, e la loro relazione con il mondo. E l'artista li narra mettendo l'accento sul piano emozionale dell'esperienza, tratteggiando i sentimenti alla maniera di un pittore espressionista, dipingendo ogni parte con la tavolozza delle proprie emozioni, e non con i colori usuali. È un disco che sviscera il sentimento d'amore (amore inteso in senso molto ampio), uno studio dei rapporti tra le persone e il mondo, osservato in maniera profonda e toccante, usando i dettagli della vita di tutti i giorni, elevando l'ordinarietà di “piccole cose” (ecco il senso del primo pezzo) a elementi che riempiono la vita e la illuminano. È un disco che parla anche di distacco (come nella struggente Facciamo finta, dedicata probabilmente alla figlia scomparsa), dolore e rimpianti, come di un tutt'uno, una parte integrante dell'esistenza, che deve essere accettata al pari delle cose belle. Perché, in caso contrario, la soluzione è «un bell'asteroide / e si riparte da zero».

domenica 24 aprile 2016

Vittoria rubata

Vladimir Korbakov, Vittoria rubata, 1995, olio su tela, Galleria Regionale di Vologda.

Questa tela di Vladimir Korbakov (Vittoria rubata, 1995) rappresenta un unicum nella serie dedicata dall'artista alla Grande Guerra Patriottica, costituita prevalentemente da ritratti di veterani: un uomo affisso ad una croce di porpora (verosimilmente, vista la somiglianza con l'autore, un autoritratto), legato ai suoi bracci con i nastri dell'Ordine di San Giorgio (conferito a coloro che si distinguono in guerra), dallo sguardo spento e terribilmente sofferente e il petto piagato da onorificenze dolorosamente infitte nella carne denudata. Il colore dominante è il rosso: dal sangue sgorgante dalle medaglie conficcate nel petto inerme alla croce, dai tulipani che circondano il soggetto allo sfondo, che pare illuminato da bagliori di fuoco. La scelta cromatica (il rosso della passione di Cristo), che rimanda anche agli orrori della guerra, e il soggetto narrativo conferiscono all'intera composizione il tono del martirio: si può ben dire che Vittoria rubata costituisce uno degli esempi più lampanti dell'influenza del tema religioso e cristologico nella pittura russa contemporanea. E inoltre comunicano, con una potenza inaudita e scioccante per la Russia appena uscita dal regime, con la decisione e l'efficacia della testimonianza di un sopravvissuto alla Grande Guerra, un chiaro messaggio antimilitarista che, non a caso, fu malvisto dalla critica filogovernativa.

giovedì 24 aprile 2014

La sirena

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Tomasi di Lampedusa non fu autore prolifico: oltre al suo grande capolavoro, Il Gattopardo, pubblicò ben poche cose, altre lasciò sepolte nei cassetti, come questi quattro piccoli frammenti raccolti in questo volumetto Feltrinelli, Racconti. Senza dubbio La sirena (in una precedente edizione chiamato Lighea, per volere della vedova Tomasi) è il racconto più significativo.

Si narra l'affascinante storia di un vecchio grecista (a me, non so perché, ha ricordato molto il mio compaesano Francesco Guglielmino) che, in un momento particolare della sua vita, viene "ghermito" da una sirena nei mari mitici dello Ionio, affascinata dai versi di poeti greci declamati dall'allora giovane studioso. Con essa il protagonista vivrà un'unione breve ma molto più perfetta dell'amore, non comprensibile dagli umani. 

La narrazione è suddivisa nettamente in due parti: nella seconda, ad esclusione dell'epilogo, vi è il racconto della magica vicenda del protagonista, mentre nella prima leggiamo dell'incontro del vecchio grecista con il narratore, affidato da Tomasi ad un giovane giornalista siciliano, anch'egli immigrato nella Torino sabauda. Il loro incontro avviene in un oscuro e fumoso caffè, "una specie di Ade popolato da esangui figure di tenenti colonnelli, magistrati e professori in pensione". Sono due personaggi dei quali Tomasi evidenzia non solo la differenza d'età, ma anche il divario culturale: dell'uno è sottolineata la mesta alterigia del principe Salina, dell'altro è sottolineata l'intelligenza e l'esistenza un po' scapestrata. Non mi sembra azzardato vedere nel loro rapporto un'analogia con quello tra il giovane Tancredi e il grande protagonista del Gattopardo; e facendo un piccolo passo, si potrebbe vedere anche la proiezione della "comunione d'intelletti" tra Tomasi di Lampedusa e l'illustre bisnonno, figura che ispira, per ammissione dell'autore, il principe Fabrizio di Salina. 

Un po' per caso, un po' per l'ostinazione del giovane, nasce tra i due protagonisti del racconto la singolare amicizia che porterà allo svelamento della magica e affascinante storia di Lighea, la sirena che visiterà l'esistenza del professore nello scenario di una Sicilia mitica.  

domenica 13 aprile 2014

Luigi Russo - Into the game

Nella mia esperienza di appassionato di musica mi è capitato poche volte che un titolo e una cover riescano a rendere una sintesi esauriente di un disco: questo succede in maniera perfetta nel disco/EP di Luigi Russo Into the game, dato alle stampe dopo una lunga gestazione. La copertina mostra in primo piano un dado da poker, l'ultimo di una serie, sopra una carta topografica: capire a quale gioco alluda il titolo non è difficile, perché le canzoni di Into the game sono canzoni d'amore e disamore, narrano di rapporti sentimentali tratteggiati da varie sfumature che compongono chiaramente la metafora del “gioco” e dell' “intrico” di sentimenti.

domenica 16 febbraio 2014

Amy Foster

La raccolta Typhoon e altri racconti di Joseph Conrad (1903) contiene, oltre all'omonimo racconto lungo, quattro notevoli short stories, delle quali Amy Foster (1901) è, a mio parere, la più potente - un apologo terribile sull'alienazione, la paura dell'altro e la mancanza di pietà umana. La storia ha per protagonista Yanko Goorall, un naufrago proveniente dall'Europa centro-orientale che trova riparo nel paese inglese di Colebrook. Solo e derelitto, incapace di capire la lingua di una terra a lui sconosciuta, incapace di farsi capire, viene in un primo momento scambiato per un pazzo e imprigionato come una bestia. Solo Amy Foster, una giovane governante considerata poco più che stupida, mostrerà all'uomo una elementare forma di pietà. Ma anche dopo un lungo e difficile adattamento, durante il quale Yanko lavora e impara a farsi capire, la fredda comunità del sud-est inglese continuerà a considerarlo un fenomeno da baraccone, un disadattato, poco meno che pazzo. Per un senso di gratitudine misto a tenerezza il naufrago sposerà Amy Foster e ne avrà un figlio: ma una notte, quando durante il delirio della febbre usciranno dalla sua bocca ancora i suoni della lingua d'origine, anche la moglie, presa da uno stupido spavento, abbandonerà il povero Yanko al suo tragico destino. 
Rachel Weisz interpreta Amy Foster nell'adattamento cinematografico (Swept from the sea), che tradisce profondamente il racconto di Conrad.
Un cinereo freddo soffia dalle pagine di questo racconto, i cui colori potrebbero essere quelli de Il nastro bianco di Haneke: ad esempio il severo, spoglio arredamento delle chiese protestanti, che tanto stupisce questo profugo dell'est (probabilmente ortodosso), autorizza un legittimo rimando al film. Esattamente come nella pellicola del cineasta austriaco, la comunità rigetta l'estraneo, incapace di provare empatia per uno straniero, gretta fino alla spietatezza, avara di solidarietà cristiana. Segno caratteristico della sua scrittura (un esempio su tutti: Hearth of darkness), Conrad alza una pesante coltre descrittiva su una vicenda di triste alienazione che ricorda, per alcuni aspetti, il destino dello stesso scrittore (si dice che Conrad abbia vissuto sulla propria persona un episodio simile a quello di Yanko febbricitante). Ma questa coltre è squarciata da lampi di profonda comprensione e analisi, in cui lo scrittore rivela la paura della solitudine, l'orrore di ciò che è diverso, la meschinità di una comunità sostanzialmente autoreferenziale, incapace di vedere le brutture al proprio stesso interno. Vi riesce in parte solo il dottor Kennedy, uomo colto e in un certo senso "separato" dalla comunità, che lascia in dono allo sconosciuto narratore la terribile storia e, indirettamente, un giudizio morale assimilabile a quello dello stesso autore. 

venerdì 20 settembre 2013

I pidocchi della ragione

La disillusione tra le righe di questo libro è simile a quella che trasuda dalle righe del Gattopardo, mutatis mutandis; del resto, gli autori sono siciliani, e i romanzi sono all'incirca coevi: uno appare nel 1958, mentre Il consiglio d'Egitto è del 1963. Sono di quei romanzi che Vittorini faticava a pubblicare perché in controtendenza rispetto all'ottimismo del boom economico e all'impegno civile e intellettuale che la società italiana, a seconda dei propri strati e differenziazioni, esprimeva in quegli anni. Mi sembra ben forte il messaggio che dice che le idee libertarie dell'illuminismo, quei "pidocchi" saltanti di testa in testa dalla Francia alla Sicilia, rimasero solo un fenomeno ristretto a pochi intellettuali, privo quasi del tutto di appoggio popolare. E che un'oligarchia ben poco illuminata e autoreferenziale, insofferente verso ogni limitazione delle proprie prerogative, si gioca le sorti del Paese, allora come adesso. E con gli stessi mezzi, tra gli altri: vedere la sordida, arzigogolata finezza con cui, accostando Di Blasi ad un brigante, il principe di Trabia mistifica e infanga i valori ideali dell'avvocato.

L'abate Vella è invece uno splendido, affascinante narciso; la sua impostura è dettata dapprima dall'ambizione, poi, prigioniero della sua stessa sottile rete, dal desiderio di mostrare al mondo la finezza del suo raggiro. Nei momenti più critici delle proprie parabole Di Blasi e Vella trovano parole di autostraniamento: come a voler dire che solo la fantasia e l'evasione dalla sordidezza della realtà di questo mondo possono alleviare la sopportazione o salvare l'uomo dalle prove che gli sono riservate. 


(A lato, Silvio Orlando nei panni dell'Abate Vella nell'omonimo film di Emidio Greco)

mercoledì 29 maggio 2013

Madre notte, che in principio era tutto

Il titolo di questo commento è estratto, senza mutarne il senso originale, da un brano di Goethe citato dal fantomatico curatore delle memorie di Howard Campbell, memorie che formano questo libro; esse sono precedute da una importantissima introduzione dell'Autore in cui si dichiara espressamente la morale del libro, e cioè che "noi siamo soltanto ciò che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a ciò che facciamo finta di essere". E non è un tentativo di Vonnegut di spiazzare o sviare il lettore: questa è in effetti una delle verità descritte dalla storia di Campbell, ma non l'unica, è forse la più importante delle altre, la più significativa; e in effetti, negli anni del Nazismo e in quelli di riflessione che seguirono, il tema tra essere e apparire non è certo di poco conto.

venerdì 19 aprile 2013

La notte del cacciatore



The night of the hunter è il titolo originale di questo capolavoro scritto nei primi anni '50 da Davis Grubb, americano diventato autore di culto grazie al grande successo e ai riconoscimenti ottenuti da questo libro, e più noto al grande pubblico grazie anche alla celebre trasposizione cinematografica che Charles Laughton ne trasse nel 1955, dandovi un titolo che compare, con lievi distacchi da parte dei diversi interpreti, su quasi tutte le traduzioni dell'opera (fa eccezione l'edizione Baldini e Castoldi che traduce letteralmente: "La notte del cacciatore"): "La morte corre sul fiume" (adottato dalla Adelphi) o, come nell'edizione Anabasi del 1993, tradotta da Maria Teresa Marenco, "Il terrore corre sul fiume".
 

Per quanto possa inscriversi sotto la voce "thriller", il libro di Davis Grubb è ben più che un thriller costruito magistralmente: è un lungo viaggio fra le acque, i giunchi e le trappole del fiume Ohio, con la dovizia di particolari di un naturalista; è un viaggio tra l'America contadina e puritana degli anni '30, forgiata ed esaltata dalla tensione tra peccato ed espiazione,tra bene e male; è un viaggio nella mente dei personaggi ognuno nel proprio terribile ruolo: la preda, anzi le prede, e il cacciatore, e tutti coloro che si imbattono sulla loro strada tra il villaggio di Cresap's Landing e il fiume Ohio. 


La narrazione è architettata in una affascinante alternanza tra tempo reale e flashback, passato e presente, tra sogno e realtà, tra la visione disincantata degli adulti e quella dei bambini, tra gli occhi più maturi di John e quelli ingenui e inconsapevoli di Pearl, i due bambini protagonisti della storia. Il narratore è quasi sempre esterno, ad esclusione di una piccola parte verso la fine in cui il suo ruolo è rubato dal piccolo John, in una febbrile descrizione che mischia sogno e realtà restituendo la dimensione "infantile" al suo personaggio. La scrittura è impreziosita dal'uso di metafore che descrivono perfettamente la vita contadina e di campagna e la simbiosi tra la vita nei campi e lo scorrere del fiume.

sabato 23 marzo 2013

Northanger Abbey

Felicity Jones, che interpreta la protagonista
nell'omonimo adattamento televisivo del 2007
L'abbazia di Northanger (che ho letto in una vecchia traduzione di Valentina Bianconcini, cui è stato imposto il titolo Katherine Morland) è uno dei sei novel di Jane Austen, pubblicato postumo nel 1818 assiema a Persuasion, ma scritto nel 1803. In esso ci sono chiari echi del soggiorno degli Austen a Bath, la nota località termale inglese, durato fino alla morte del padre di lei nel 1801: gli studiosi dicono che la Austen rimase traumatizzata dal trasferimento dalla sua casa natale nell'Hampshire, tanto che nemmeno alla mondana Bath, che costituisce la location di buona metà del libro, la Austen risparmia la sua sottile, briosa ironia. L'altra location del romanzo è proprio l'abbazia del titolo, pretesto per la scrittrice per fare una divertentissima parodia del romanzo gotico, allora di gran moda. La protagonista, l'anti-eroina Catherine, è appassionata lettrice di questa letteratura, della quale la Austen fornisce una nutrita lista nei primi capitoli del libro (a partire dall'Udolpho di Ann Radcliffe). E caratterizzando la sua eroina come una anti-eroina, svagata e quasi mai consapevole, la scrittrice ci fornisce anche una sottile satira del romanzo sentimentale e dei suoi svenevoli personaggi. In entrambi i casi il procedimento è sempre lo stesso: la Austen si serve di tutti i topoi e gli strumenti dei due generi per rovesciarli o per trattarli umoristicamente, deludendone e smontandone i fini e i meccanismi. Peccato che la scrittura non sia dello stesso livello dei grandi capolavori e, forse per il dichiarato intento parodico, viaggia quasi sempre sulla superficie senza mai andare in profondità.

giovedì 21 marzo 2013

Viva la libertà

Poche righe su questo delizioso film di Roberto Andò, tratto da un suo  libro ("Il trono vuoto", vincitore del Campiello 2012). A parte che Toni Servillo non sbaglia un colpo e inanella l'ennesima splendida interpretazione (beneficiando questa volta anche di un'ottima spalla, Valerio Mastandrea), a parte che "il maggior partito d'opposizione" del film sembra la fotografia del Partito Democratico, il film esprime, giocando sul tema del "doppio", diversi messaggi interessanti. Se ci ho visto bene, se i miei occhi non hanno visto solo quello che volevano vedere, il film sembra dire che la gente riconosce e capisce la bellezza, ne percepisce la verità, e la sceglie con convinzione. Che la sceglie in quanto tale, in ragione solo di se stessa, non per esclusione. Così la gente accorre oceanica ai comizi del leader che cita Bertold Brecht e che parla in maniera quasi oracolare declinando concetti e termini usati per la prima volta nella loro accezione più pura, senza ipocrisie, senza temperamenti. 

Anche se non riesco a crederlo possibile, visto quello che la realtà purtroppo ci ha riservato e riserva, non posso negare che questa è forse la fiaba a cui mi sono abbandonato più facilmente, nella speranza di crederla vera, possibile, e non solo una finzione. 

sabato 13 ottobre 2012

Tutti i santi giorni

La nuova commedia di Paolo Virzì ha per protagonisti due personaggi da fiaba, due figure di moderni sognatori, calati però nella grigia realtà della periferia romana: lui colto conoscitore di agiografie protocristiane, lei cantautrice un po' PJ Harvej un po' Cat Power (così dicono nel film). Che questi personaggi vivano i loro sogni in questa dura città è però impossibile: si può tirare a campare, modificando le proprie aspettative, cercando in altri modi la felicità, sopravvivendo alle difficoltà che quotidianamente affliggono i suoi abitanti. Guido (il bravo Luca Marinelli) fa il portiere di notte in un albergo, Antonia (Thony) lavora in un autonoleggio. La loro vita è illuminata dall'amore e forgiata dalle tutte le difficoltà di chi ha un lavoro precario in centro e un affitto da pagare in periferia. Ma altre, più dure prove spetteranno alla nostra coppia quando dovrà affrontare un problema delicato e complesso come la difficoltà di avere un figlio. Comincerà per loro un nuova esperienza dall'esito incerto.

I toni del cinema di Paolo Virzì sono sempre quelli della commedia brillante, del sorriso leggero, della satira edulcorata. Ma questa vicenda, che narra la bella storia d'amore di questi due amabili e strampalati personaggi e le loro difficoltà ad affrontare certi problemi, contiene anche degli squarci di autentico squallore suburbano. La figura cortese e pacata di Guido si scontra con l'insensibilità e la violenza nei rapporti di orde di giovani coatti e truci personaggi di periferia e fatica a capirla, ad accettarla: si muove come uno straniero in un paese in cui nessuno parla la sua lingua. Antonia coltiva nella quasi totale solitudine la sua musica, incompresa dai più, costretta a suonare in luoghi dove è impossibile apprezzare le sue canzoni. Incomprensione che ha radici più lontane e più profonde nei rapporti/scontri con la propria famiglia, meridionale e piuttosto all'antica, a differenza di quella decisamente più aperta di Guido. Di questi rapporti ci sono due emblematici esempi nel film.

Ma, a differenza di quanto avviene nel film, nella realtà qualcosa ha interrotto il normale andamento di questi schemi: la giovane (e bravissima) cantautrice che interpreta Antonia, la siculo-polacca Thony,   che vive da qualche anno proprio a Roma, viene "scovata" su MySpace da Virzì e, oltre alla parte, ottiene dal regista di formare la colonna sonora del film con le proprie canzoni: la vicenda quindi è da un lato fortemente autobiografica, anche se l'immancabile happy end per Thony ed Antonia arriva in modi, tempi ed ambiti completamente diversi.

venerdì 28 settembre 2012

É stato il figlio?

É stato il figlio, prima prova di Daniele Ciprì senza Franco Maresco, è un lungometraggio (tratto dal libro omonimo di Roberto Alajmo) che oscilla tra il grottesco e il drammatico, tra l'acuta e iperrealista osservazione dell'umanità degradata dello Zen di Palermo (riprodotto, per problemi di autorizzazione, a Brindisi) e l'angosciante catarsi di una tragedia urbana e silenziosa. Le musiche sono l'efficace commento di tutto questo: dalle canzoni di Nino D'Angelo ai toni ferali della Sarabande di Handel, accompagnamento delle ultime, sconcertanti scene, epilogo di una vicenda filmata da Ciprì con i ritmi della commedia ma tagliata con il rasoio impietoso di uno scienziato, conclusa da una angoscia indicibile e totalizzante. Lo sguardo del regista viviseziona una lunga serie di personaggi grotteschi, dai protagonisti ai ruoli secondari (interpretati da attori non professionisti), evidenziando lo squallore di esistenze segnate dalla emarginazione, condannate da una parte della società a rimanere tali per sempre. Uno dei temi della vicenda, infatti, se lo valutiamo secondo il vocabolario della tragedia, è la punizione per la colpa dei membri della famiglia di volere elevare la propria condizione sociale, imitando il modello che non le è proprio. L'occhio della telecamera è impietoso e asciutto, senza alcuna complicità, profondamente disilluso, puntato su un microcosmo in cui persino i valori condivisi e accettati dalla comunità sono diversi, sono altri: infatti, a mio parere, il sacrificio finale della vittima designata, che echeggia l'uccisione del capro nella tragedia classica, può esser visto  come perdizione o come salvezza, a seconda del codice attraverso il quale è filtrato.

martedì 14 agosto 2012

Wrecking Ball - Bruce Springsteen

Al cameratesco e un po' infantile vezzo di indagare chi ce l'ha più lungo, preceduto spesso da sonore e  colorite autocandidature, non sfuggono nemmeno i fan che, notoriamente, sono sempre piuttosto ciechi verso i rispettivi beniamini. Non è raro, ad esempio, che i fan di Bob Dylan pontifichino apoditticamente che Zimmy è il più grande di tutti, la rivoluzione del folk e del rock, e - ancor più frequente - che sia "più importante e influente nella storia della musica" di Tizio o Caio, per tacer di Sempronio. Dal confronto col Menestrello di Duluth non si salva nemmeno Bruce Springsteen, l'altro grande gigante americano (e qui ecco sorgere inviperiti gli ammiratori di diversi altri musicisti, tutti meritevoli di entrare nel novero dei "giganti"), i fan del quale, si sa, sono particolarmente devoti ma, probabilmente, un po' meno snob di quelli del grande Dylan (forse perché il loro idolo, tra gli altri vizi capitali, ha più spesso peccato di superbia). Eppure, a mio modestissimo parere, questi due grandi musicisti non sono mai stati vicini come in questi ultimi anni e, soprattutto, non sono mai stati così vicini negli intenti del loro lavoro. Pur rimanendo assolutamente diversi i metodi e la poetica, non può sfuggire negli ultimi album dei nostri una sorta di ritorno alle origini, una sorta di ricerca dell'autentica anima musicale americana. Lo fa Dylan esplicitamente nel blues di Modern Times, ben spianato dalle canzoni di Time out of mind, lo fa Springsteen con Devils and Dust, con le ammiccanti allusioni a Son House e alle dust ballads, o con le Seeger Sessions, omaggio ad uno dei suoi maestri di folk assieme a Woody Guthrie (che appare come un fantasma nel celebre Nebraska, predecessore di un altro fantasma "letterario", quello di Tom Joad). E lo fa in gran parte anche con il nuovo Wrecking Ball, che per gli arrangiamenti sembra il diretto seguito di We Shall Overcome: the Seeger Session, e non il disco successivo al nostalgico, imbellettato pop di Working on a dream.

domenica 29 gennaio 2012

One trick pony


Mickey Rourke è senz’altro la carta vincente di Darren Aronofsky e del suo The wrestler, Leone d’oro a Venezia 2008: il viso imbolsito e corrugato, il corpo e i muscoli sofferenti e dannatamente espressivi - eredità degli anni da pugile professionista - fanno del ruvido attore americano l’interprete ideale del protagonista, Randy “The Ram” Robinson, acclamato wrestler che deve fare i conti con un passato glorioso e irripetibile e un presente fatto di solitudine, povertà, amarezza e cocci dell’antica, scintillante ribalta. Un grave intervento al cuore lo costringe ad interrompere i pochi combattimenti per nostalgici con cui cerca di guadagnarsi da vivere: la nuova chance e il senso di scampato pericolo saranno la molla per tentare di rifarsi una vita, ma il fallimento di questi propositi sarà per Randy nuova fonte di delusione e di frustrazione e lo convinceranno presto a ritornare sui suoi passi.

Il desiderio di ripartire del protagonista passa attraverso due donne, la figlia Stephanie (Eva Rachel Wood), da lui vilmente abbandonata da bambina, diventata ora una giovane donna; e Pam (Marisa Tomei), una non più giovane spogliarellista divenuta, suo malgrado, confidente delle vicende di Randy: la sregolatezza dell’anziano pugile manderà a monte la sofferta tregua tra padre e figlia, mentre l’incapacità di sopportare il grigiore di una vita all’ombra della vecchia gloria stroncherà la speranza di una vita accanto alla donna, incapace di far desistere il pugile dalla scelta di ritornare sul ring, «l’unico posto - sottolinea The Ram – dove non mi faccio male.» Tutto attorno il paesaggio desolato della periferia della periferia di New York, il New Jersey, dove due vite solitarie come quella di Randy e di Pam si incontrano nella reciproca disillusione e solidarietà, similmente ai personaggi di Rizzo e Joe nel film Un uomo da marciapiede.

mercoledì 28 dicembre 2011

Atlantis - Paolo Capizzi & Fabrizio Licciardello


Cover dell'album, particolare del quadro In volo di Jean Calog
Durante la presentazione di Atlantis Paolo Capizzi, chitarrista acustico e coautore di questo disco nato dall’incontro di due diversi sound di chitarre, così parla di Fabrizio Licciardello, “metà elettrica” e coautore di questo progetto musicale: «la musica di Fabrizio ha un che di “aereo”, una sorta di tensione verso l’elevazione». A ben vedere la scelta di raffigurare nella copertina un particolare del quadro In volo di Jean Calogero, con le sue figure fluttuanti su un etereo indeterminabile, rispecchia in parte questo giudizio. La scelta del titolo, Atlantis, che rimanda al mito platonico dell’isola sommersa, invece lo contraddice: e se ci penso il contrasto tra le due figure  potrebbe essere una metafora appropriata di questa musica, l’incontro di due mondi diversi e in apparenza inconciliabili, l’aria e l’acqua, la chitarra elettrica di Fabrizio Licciardello e quella acustica di Paolo Capizzi. È però un contrasto apparente perché, all’ascolto, l’album non rivela affatto contraddizioni o incertezze ma, anzi, idee ben chiare e una musica miracolosamente fusa in un suono che sembra provenire da un “unico strumento”, da una “chitarra a dodici corde”, come è stato ben scritto[i] in occasione della sua uscita. 

Le eloquenti e complesse trame acustiche di Paolo Capizzi accompagnano e completano di significati le mille voci della chitarra elettrica di Fabrizio Licciardello, strumento docile al servizio di una ricerca sonora che attinge a molteplici esperienze musicali, generi, stili e tecniche. Sono a confronto uno stile come il fingerstyle, che concepisce la chitarra come strumento completo e autosufficiente, e uno stile di chitarra del tutto originale che prende a prestito il modo di suonare e le tecniche di altri strumenti.


 "Everchanging", live in studio (Marzo 2012)

sabato 3 dicembre 2011

Principianti dell'amore

Un bell'articolo di Alessandro Baricco, in occasione dell'uscita in Italia di Principianti, racconta la storia editoriale di questo capolavoro di Raymond Carver e si sofferma sull'opera di revisione di Gordon Lish, l'editor che prese il manoscritto e lo trasformò nella famosa raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d'amore. Questo libro, quindi, presenta al pubblico italiano la versione originale della raccolta dello scrittore americano prima della revisione. Baricco sostiene che Lish fu il vero artefice del successo e del lancio dello scrittore come caposcuola del minimalismo, e che la sua attività successiva di scrittore non potè più ignorare la strada che aveva tracciato per lui il geniale editor. Naturalmente Baricco sostiene tutto questo in maniera molto più articolata e rimando al suo articolo per ogni approfondimento; io mi limiterò a fare qualche osservazione su "questo" Carver.

Principianti siamo noi, sono -in qualche modo- tutti i personaggi di questo libro che si confrontano l'un l'altro senza mai capirsi appieno. Senza mai penetrare l'un l'altro. Sono personaggi che si portano qualcosa dentro, un peso, un passato da dimenticare e superare, un'angoscia di autocomprensione e un desiderio di compassione irrealizzati. Persone comuni di ogni classe sociale americana, dipinti nella vita e nei drammi di tutti i giorni con pochi, essenziali tratti abbacinanti dalla penna senza complicità di Carver. In queste vicende è soprattutto l'amore -e come potrebbe essere diversamente- il sentimento sviscerato e declinato, il motore delle azioni, il pretesto dei conflitti, la ragione finale di tutto; e lo scrittore se ne fa portavoce mettendo a nudo situazioni e personaggi, cogliendololi nel loro essere indifesi, incerti nei rapporti con gli altri e con se stessi. Anche perchè odio, gelosia, desiderio di elevazione, desiderio di possesso, cupio dissolvi sono altrettante facce della stessa medaglia, dello stesso sentimento. Un mondo di esistenze fragili che si incontrano e si scontrano e che imparano questa vita soffrendo, amando: e amando e soffrendo vivono. Allo scrittore interessano marginalmente intrecci e storie, tanto che a volte si ha l'impressione che esse restino irrealizzate, incompiute: sono frammenti di vita che non ambiscono a nessuna organicità, non ambiscono a ricostruire nessun senso se non quello che essi stessi intrinsecamente hanno, ovvero l'insopprimibile tensione verso l'altro, e la paura di esso.

Da questa raccolta (ma altre tre potete trovarle nel volume della collana "Racconti d'autore" de Il Sole 24 Ore) sono tratte alcune storie che compongono America oggi (Short cuts), film capolavoro di Robert Altman premiato con il Leone d'oro a Venezia. Il regista le lega in maniera originale l'una all'altra distaccandosi ma allo stesso tempo rimanendo fedele ai racconti di Carver.

mercoledì 30 novembre 2011

Limonata senza zucchero

Questo volumetto della collana Racconti d'autore de Il Sole 24 ore si compone di quattro short cuts tratti da due raccolte di Raymond Carver, la famosa Vuoi star zitta, per favore? (Einaudi), e America Oggi (Minimum Fax) dalla quale è tratto Limonata. Quest'ultimo racconto, nelle sue sei scarse paginette, comprende molte peculiarità dello stile dello scrittore: drammatica asciuttezza, limpidezza angosciante, concentrazione sul fatto descritto con straniante lucidità e studiata semplicità. Anche la forma di questo racconto (Carver lo aveva definito, non a caso, poem) è peculiare: più che prosa il testo appare distribuito in lunghi versi liberi, lapidari, scolpiti nella pagina.
Sarà la solita associazione da fan incallito, ma per me Bruce Springsteen deve averci dato un'occhiata prima di scrivere i testi dell'album Nebraska e, senz'altro, prima di The Ghost of Tom Joad, album che già dal titolo denuncia una forte ascendenza "letteraria".
Diverso ma ugualmente bello il primo racconto, Vuoi star zitta, per favore?, che sviscera magistralmente uno dei temi preferiti di Carver, il detto e non detto nei rapporti matrimoniali e la complessità dei sentimenti che lo governano. Potrei dire, lo stupore e l'incredulità per l'alchimia di questi sentimenti... del resto, ancora Springsteen, in una canzone tratta da uno di questi album di grande storytelling, era altrettanto scettico parlando dei rapporti tra le persone: “ain’t nobody gonna give nobody/What they really need, anyway”.

domenica 7 agosto 2011

Nick Drake - Bryter Layter

Per il secondo (1970) degli unici tre album di Nick Drake la Island Records mette il giovane ed ombroso cantautore nelle mani di Joe Boyd, famoso produttore della scena folk - rock inglese: Boyd arruola la sezione ritmica dei Fairport Convention, chiama Robert Kirby per gli string arrangments e invita John Cale ad impreziosire qua e là  brani come Fly o Northern sky, capolavoro dell'album ed emblema della musica di Nick Drake: una soffusa vena di malinconia che dà e prende consistenza dalla voce fragile di Nick, quella voce che è solid air (come disse l'amico e collega John Martyn, anch'egli cultore della chitarra acustica). Produttore e cantante danno vita ad una collaborazione proficua, Boyd dosa con acume gli ingredienti del disco arricchendo le esili trame acustiche senza appesantirle, senza snaturare la loro pesante leggerezza, dando loro una veste più matura, compiuta. Canzoni come At the chime of the city clock, Bryter layter o Poor boy vengono arrangiate con archi e fiati facendogli assumere atmosfere quasi jazz; altre canzoni come Hazey Jane I, One of this things first e Northern sky sono appena accompagnate da qualche nota di piano o di celeste lasciando che i morbidi arpeggi di chitarra di Nick emergano in primo piano. Su tutte aleggia la voce carica di foschia del musicista inglese che canta di amore e disagi esistenziali, di sentimenti con uno stile visionario, ingenuo e forse un po' ermetico, teso più all'inafferrabile che al concreto, più al sussurro che al clamore. Un sussurro, appena, tanto basta alla voce per arrivare al cuore.

Tracklist: Introduction/Hazey Jane II/At the chime of the city clock/One of this things first/Hazey Jane I/Bryter layter/Fly/Poor boy/Northern sky/Sunday