Ognuno sceglie per sé una donna, la religione, la strada. Di servire il diavolo o il santo ognuno sceglie per sé.
Ognuno sceglie da sé la parola per l’amore e quella per la preghiera. La spada per il duello, l’arma per la battaglia ognuno la sceglie da sé
Ognuno sceglie da sé scudo e corazza, il bastone e le pezze, la misura della resa dei conti ognuno la sceglie da sé.
Ognuno sceglie per sé. Io pure, per come sono capace, scelgo, e non posso prendermela con nessuno. Ognuno sceglie per sé.
Jurij Levitanskij (1983)
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Jurij Levitanskij (1922 – 1996), poeta e traduttore sovietico, veterano della Grande Guerra Patriottica. Molte delle sue poesie, apprezzate da poeti come Evtušenko, Brodskij o Vysockij, e conosciute da tutti i russi per la loro musicalità, sono state messe in musica da artisti di ogni genere.
l’uomo
alla reception dice che due giovani qui potrebbero scomparire
tra
lenzuola gualcite, in un angolo assonnato di stanza
intriso
dell’odore stantìo di fiori appassiti e delle pigre ore
pomeridiane
del
Moonlight Motel.
Ora
la piscina è piena di due metri e mezzo di vuoto, i denti di leone
crescono nelle crepe del cemento
la
rete di recinzione mezzo arrugginita ha un cartello che avverte:
“bambini
attenti qui a come giocate”.
Il
sapore del tuo rossetto e il tuo segreto sussurrato
ho
promesso che non lo avrei mai raccontato
una
birra lasciata a metà e il tuo respiro nel mio orecchio
al
Moonlight Motel.
Poi
tutto diventa bollette e bambini, bambini e bollette, il suono del campanello
per
la valle attraverso la zanzariera impolverata
del
Moonlight Motel.
La
scorsa notte ti ho sognato, amante mia
il
vento soffiava attraverso la finestra e scopriva il mio letto
solitario
Io
mi sono svegliato ricordando qualcosa che avevi detto,
che
è meglio aver amato, sì, è meglio aver amato
Mentre
guidavo, c’era una brezza fredda
e
le foglie svolazzando cadevano dal cielo su una strada nerissima
mentre
riandavo indietro
al
Moonlight Motel.
Lei
raccolse le sue cose e se ne andò come una vecchia canzone estiva
nient’altro
che una conchiglia vuota
Ho
parcheggiato fermandomi nel mio vecchio posto
Ho
tirato fuori una bottiglia di Jack fuori da un sacchetto di carta
e
ne ho versato un cicchetto per me e uno pure per te
E
poi ne ho versato ancora uno là nel parcheggio
del
Moonlight Motel. ___________________
L'ultimo lavoro in studio di Bruce Springsteen, Western Stars (2019), si conclude con una canzone amaramente nostalgica: il brano è costituito da un toccante flashback che si interrompe per descrivere il presente solitario del protagonista e del luogo in cui si svolge il racconto, il Moonlight Motel, nel ricordo dei momenti vissuti in compagnia della propria amante. La narrazione si sofferma su immagini di desolazione e abbandono, legate al presente, in contrasto con la pigra, soddisfatta indolenza del passato. Tutto passa, tutto scorre, cambiano le persone e a volte vanno via, restano i simulacri di luoghi e cose a lasciare all'ultima "western star" springsteeniana non solo l'amaro e struggente ricordo dei propri "glory days", ma anche la consapevolezza di aver vissuto e amato.
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Un ringraziamento al mio amico David: lui è un eccellente traduttore ed anche un grande fan di Springsteen, motivo in più per apprezzare i suoi bellissimi suggerimenti, che con piacere ho accolto, con il suo permesso, in questa traduzione.
Le persone sono come libri. Li leggiamo, Alcuni per un mese, alcuni per due. Altri solo dopo un anno li capiamo, Altri non ci è dato leggerli.
Qualcuno lo leggeremo e lo riporremo, Ogni tanto soffieremo via la polvere della memoria, E lo conserveremo nel cuore... ma a che pro? Dopotutto leggere due volte non è interessante...
Ci sono uomini-poemi e uomini-romanzi, Versi e prosa - la scelta è solo vostra. Ma forse per voi è ancora presto Ed è meglio per ora sfogliare un giornaletto?
Capitano libri comprensibili, aperti Qualcuno invece serve leggerlo 'tra le righe'. Ci sono spartiti, complicate sfumature e legature Che non tutti saprebbero leggere a vista.
Il nostro mondo è tutto pieno di enigmi e di mistero, Ma la vita in esso è l’insegnamento più duraturo. Niente è superficiale e niente è per caso: Prova solo a guardare tra le righe. ____________________________________
Michail Žvanetskij (Odessa, 1934) è uno scrittore, sceneggiatore e attore nato nell'Ucraina sovietica. Già da giovane compone versi, bozzetti, miniature che porta in scena personalmente prendendo parte al teatro studentesco «Parnas-2». Nel 1963 conosce Arkadij Rajkin, direttore del celebre Teatro «Estrada» di Leningrado che, entusiasta dei suoi lavori, li mette in scena facendoli entrare nel repertorio del Teatro e facendoli diventare popolari. In seguito Žvanetskij tornerà in Ucraina, dove fonderà il proprio Teatro, senza smettere di scrivere per tutti i teatri russi. È autore di raccolte di poesie e racconti.
Questa canzone (a questo link il testo originale) è tratta dall'album ZOOM ZOOM ZOOM (2005) degli Akvarium, uno dei gruppi storici nati in piena Unione Sovietica e ancora in attività, tranne una piccola parentesi tra il 1990 e il 1993. Cantante, leader e autore di tutti i testi è Boris Grebenščikov, artista poliedrico, cantautore, scrittore, attore, produttore di artisti del calibro di Viktor Tsoj e i Kino e padre, assieme a Andrej Makarevič dei Mašina Vremeni, del rock “made in USSR”. Borja, o “BG” (come chiamato affettuosamente dai suoi fan), ha attraversato, a partire dalla fine degli anni Sessanta, le vicende dell'Unione Sovietica, è stato ammiratore e propagatore della musica anglofona negli anni Sessanta, cantante dissidente nei Settanta e Ottanta (gli anni di Brežnev), star dalle masse all'epoca della perestrojka, sperimentatore eclettico negli anni Novanta, autore di culto e guru new age fino ai nostri giorni.
La canzone è, come evidente nell'ultima strofa, una canzone d'amore, resa più oscura dai tormenti esistenziali di Grebenščikov:
Sono nato questa mattina Ancora fino alla prima luce dell'aurora Silenzio fuori di me, silenzio dentro Saluto le stelle che si spengono Saluto la luce della luna ma dentro di me c'è un suono non udibile che si solleva dal profondo
Sono nato al nord perché più a lungo restassi sano, integro Non ho amici perché nessuno possa sconvolgere il bersaglio Il mare si è aperto davanti a me Non avendo sopportato la calura della fiamma E dentro di me ogni controllo è sballato ai primi bagliori del giorno
Io non posso distogliere gli occhi da te
Sono nato con la memoria cancellata la mia patria è da qualche parte lontano Mi ricordo come ho imparato a camminare per non sfiorare troppo la terra; Me ne andai nel deserto dove ogni pietra ricorda la tua orma Ma io non potrei lasciarti andare Come non potrei non vedere l'alba
Io non posso distogliere gli occhi da te
La contemplazione dell'amata è, per il cantautore, vista come l'arrivo del mattino, e l'arrivo del mattino è come una nascita, una rinascita alla vita. Prima è «silenzio fuori e dentro di me», ma poi l'amata risveglia «un suono non udibile / che si solleva dal profondo». E dunque «dentro di me ogni controllo è sballato / alla prima luce del mattino». Con una metafora molto concreta, ma difficile da rendere in italiano, nel testo russo i «controlli» che «sballano» sono proprio le lancette che indicano, nelle macchine, un valore, come la velocità, un livello da tenere sotto controllo. L'amore dunque sconvolge ogni piano dell'esistenza esattamente come un magnete che disorienta la bussola.
Dopotutto
sembra che restino fissi, come la farfalla di Madame Butterfly - “da
uno spillo trafitta, ed in tavola infitta” - nelle pagine, nei
solchi di un vinile, nei bit scritti su un compact disc. Sembra che
restino fermi, passivi al volgere del tempo, e invece crescono
assieme noi e cambiano, offrendo nuovi volti a nuovi occhi,
arricchiti di esperienza, strumenti, sovrastrutture, capacità di
analisi. Penso al modo del tutto diverso con cui ho guardato col
tempo a dischi come Blue
di Joni Mitchell o Kid A, o alle poesie di Pascoli, o a libri
come Delitto e castigo. Nuovi occhi su nuovi volti, dopotutto
- volti che forse ci sono sempre stati, bastava saperli vedere.
Così mi
ricapita tra le mani un vecchio compact disc, il secondo disco di un
tributo collettivo ai Mašina
Vremeni (“macchina del tempo”), gruppo molto
popolare nella Russia degli anni Settanta e Ottanta. Regalo
inaspettato: in una torrida estate moscovita, mentre frequentavo un
corso di lingua all'RGGU, un vicino di stanza tedesco lo lasciò in
eredità assieme ad altri cd e a qualche libro. Ma pure regalo
incompreso: ricordo di averlo ascoltato una volta appena e averlo
riposto subito nello scaffale delle “delusioni” (assieme agli irredimibili Landing
on water di Neil Young e a The road to hell part 2 di
Chris Rea).
Questa volta quel matto di Vinicio Capossela, già noto per aver tradotto e adattato alcune canzoni del sommo, amatissimo e ironico menestrello russo Vladimir Vysockij (penso a Il pugile sentimentale, ottimo adattamento della "Canzone del pugile sentimentale") incide nel suo nuovissimo Rebetiko Gimnastas (2012), con tanto di strumenti tradizionali rebetici, una vera e propria cover del brano Utrennjaja Gimnastika del 1968. Su invito del mio carissimo amico Enrico R. mi avventuro in un tentativo di traduzione, sforzandomi di rendere i giochi di parole del menestrello senza però andare troppo lontano dalla lettera del testo come nel celebre adattamento di Paolo Rossi, "Ginnastica".
Oggetto dell'ironia di questa ballata è la mania sovietica per gli esercizi ginnici, soprattutto durante il Regime, considerabile come mezzo di controllo e massificazione delle abitudini e dei comportamenti sociali.
Il filosofo e teorico dell'arte Borys Groys, uno dei maggiori studiosi di estetica del nostro secolo, concede nel quinto anniversario degli attentati contro il WTC una lunga intervista al giornalista russo Maxim Rayskin che ho avuto il piacere di tradurre per Sitosophia.
La possibilità, esclusa dal filosofo, che gli atti terroristici possano essere considerati nella loro manifestazione come "espressioni artistiche" conduce ad un'analisi del fenomeno terroristico alla luce degli eventi storici e politici del recente passato, giungendo a conclusioni di notevole interesse.
La redazione di Sitosophia, ottenuta l'autorizzazione dallo studioso, ha recentemente pubblicato la traduzione con il titolo «Unballetto che si protrae da molto tempo». Intervista a Borys Groys. Anche lo stesso Rayskin, autore dell'intervista, ha dato al sottoscritto il suo consenso per l'utilizzo del materiale tratto dal sito di cui è caporedattore, Arteria.
Mi fa piacere recuperare, in questa occasione, una mia vecchia traduzione dell'end track del bellissimo album di Joni Mitchell Blue, che avevo recensito qualche tempo fa su il_posto_delle_fragole. A rileggerla adesso mi sembra ancora tutto sommato ben fatta; avevo e ho ancora qualche dubbio ma, si sa, la traduzione è frutto di scelte a volte difficili (le mie più che altro obbligate dalla mia limitatezza).
Ecco quindi una pagina dello struggente diario di Joni Mitchell finito su vinile... in ogni pagina uno stato d'animo, una situazione familiare, un sentimento, un'emozione con una sensibilità femminile, fragile, commovente... E quando dico "sensibilità femminile" voglio dire qualcosa di peculiare, di particolare, perchè penso che solo una donna riesca a parlare in questi termini, con questa fiducia dell'amore. Nella canzone si scontrano due visioni contraddistinte, quella cinica di Richard e quella più idealistica di Joni: l'ultima strofa farà giustizia dell'una e dell'altra.
Joni Mitchell - The last time I saw Richard(testo originale)
L’ultima volta che vidi Richard fu a Detroit nel ‘68,
e mi disse che tutte le persone romantiche incontrano un giorno lo stesso destino
e poi, ciniche e ubriache, annoiano qualcuno in qualche oscuro caffè.
«Ridi» disse, «credi di non essere così,
guarda i tuoi occhi, sono pieni di luna
ti piacciono le rose, i baci e gli uomini carini che ti raccontano
tutte quelle menzogne, belle menzogne
Quando realizzerai che sono solo belle menzogne,
solo belle menzogne, appena belle menzogne?»
Mise un quarto di dollaro nel Wurlitzer
Spinse tre bottoni e la macchina iniziò a rumoreggiare
E venne una cameriera in calze a rete e papillon
che disse: «Finite di bere, adesso, che si fa ora di chiusura»