Visualizzazione post con etichetta toni servillo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta toni servillo. Mostra tutti i post

giovedì 21 marzo 2013

Viva la libertà

Poche righe su questo delizioso film di Roberto Andò, tratto da un suo  libro ("Il trono vuoto", vincitore del Campiello 2012). A parte che Toni Servillo non sbaglia un colpo e inanella l'ennesima splendida interpretazione (beneficiando questa volta anche di un'ottima spalla, Valerio Mastandrea), a parte che "il maggior partito d'opposizione" del film sembra la fotografia del Partito Democratico, il film esprime, giocando sul tema del "doppio", diversi messaggi interessanti. Se ci ho visto bene, se i miei occhi non hanno visto solo quello che volevano vedere, il film sembra dire che la gente riconosce e capisce la bellezza, ne percepisce la verità, e la sceglie con convinzione. Che la sceglie in quanto tale, in ragione solo di se stessa, non per esclusione. Così la gente accorre oceanica ai comizi del leader che cita Bertold Brecht e che parla in maniera quasi oracolare declinando concetti e termini usati per la prima volta nella loro accezione più pura, senza ipocrisie, senza temperamenti. 

Anche se non riesco a crederlo possibile, visto quello che la realtà purtroppo ci ha riservato e riserva, non posso negare che questa è forse la fiaba a cui mi sono abbandonato più facilmente, nella speranza di crederla vera, possibile, e non solo una finzione. 

venerdì 28 settembre 2012

É stato il figlio?

É stato il figlio, prima prova di Daniele Ciprì senza Franco Maresco, è un lungometraggio (tratto dal libro omonimo di Roberto Alajmo) che oscilla tra il grottesco e il drammatico, tra l'acuta e iperrealista osservazione dell'umanità degradata dello Zen di Palermo (riprodotto, per problemi di autorizzazione, a Brindisi) e l'angosciante catarsi di una tragedia urbana e silenziosa. Le musiche sono l'efficace commento di tutto questo: dalle canzoni di Nino D'Angelo ai toni ferali della Sarabande di Handel, accompagnamento delle ultime, sconcertanti scene, epilogo di una vicenda filmata da Ciprì con i ritmi della commedia ma tagliata con il rasoio impietoso di uno scienziato, conclusa da una angoscia indicibile e totalizzante. Lo sguardo del regista viviseziona una lunga serie di personaggi grotteschi, dai protagonisti ai ruoli secondari (interpretati da attori non professionisti), evidenziando lo squallore di esistenze segnate dalla emarginazione, condannate da una parte della società a rimanere tali per sempre. Uno dei temi della vicenda, infatti, se lo valutiamo secondo il vocabolario della tragedia, è la punizione per la colpa dei membri della famiglia di volere elevare la propria condizione sociale, imitando il modello che non le è proprio. L'occhio della telecamera è impietoso e asciutto, senza alcuna complicità, profondamente disilluso, puntato su un microcosmo in cui persino i valori condivisi e accettati dalla comunità sono diversi, sono altri: infatti, a mio parere, il sacrificio finale della vittima designata, che echeggia l'uccisione del capro nella tragedia classica, può esser visto  come perdizione o come salvezza, a seconda del codice attraverso il quale è filtrato.