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mercoledì 24 giugno 2015

I poeti maledetti/reprise

Una mattina di questa tarda primavera rincontro, stavolta non sul portone dei Benedettini, un altro poeta maledetto e il ricordo corre a questo pezzo, pubblicato sul mio vecchio spazietto più di sei anni fa. Avrei potuto scriverlo anche adesso così com'è, per questo lo riesumo a beneficio di devil's arcade. Con una nota di chiarimento: il poeta maledetto del mio post è il frutto, in realtà, di due figure diverse: lo spacciatore di versi autoprodotti e il sedicente intellettuale, nella versione più o meno radical chic. A questi ultimi dedico questo video di Mino De Santis, cantautore pugliese, che ha saputo cantarli molto meglio del sottoscritto. 

I POETI MALEDETTI

Giorgione, Poeta appassionato, Galleria Borghese.
Sono loro, i figli spudorati della Musa, gli spennacchiati albatri che, più simili ad avvoltoi, prediligono circuire delle caravelle più terrestri, adescandole con il sordido mellifluo verso, attirandole e allo stesso tempo ammonendole maliziosamente: «Se hai paura non seguirmi. Noi poeti siamo aquile che volano alto: io posso portarti lassù dove non sei stata mai, ma devi accettare il rischio che possa lasciarti cadere. Vuoi rischiare con me questa avventura?». Li vedi agire nei soliti posti: la notte immersi nella vivace movida catanese, bivaccando su divani, sproloquiando, bevendo e fumando contemporaneamente; di giorno nella corte e nei corridoi dei Benedettini, sproloquiando non meno, con l’aria falsamente distratta e lo sguardo che sembra indagare l’anima ma che, più spesso, si ferma un po’ più in superficie. Il loro travestimento è prevedibile e facile da individuare, c’è il poeta dalla barbetta incolta e gli abiti trasandati, che fa tanto artista esistenzialista, oppure l’intellettuale occhialuto alla Woody Allen («occhiali riposanti, darling»), sciarpetta multicolore, giacca di feltro/velluto e immancabili scarpe sportive. Oppure il tipo effeminato dalle camicie e dai foulard sgargianti, con (eventuale) annessa coppola sulla pelata, fino al burbero tenebroso, quello che a domanda risponde con motti incomprensibili spacciati per verità profonde (e cosi tristemente considerati) o, nei casi meno gravi, con un’altra domanda. I loro discorsi vanno dalla teoria dei massimi sistemi alla porchiacca, dall’iperuranio al lupanare, impreziositi sovente da una profana imitazione dello stilnovo o da un dannunzianesimo pressoché vanziniano. Raramente costoro declamano in pubblico i loro misteriosi e arcani versi; più spesso si vedono pattugliare il monastero o sorvegliare l’ingresso mentre, adescando con parole ipocrite e suadenti un povero malcapitato, gli ficcano a forza nelle mani un foglietto A3, mal piegato, contenente (quando va bene) quattro o cinque poesie e l’autografo del sedicente poeta:


Poeta: «Scusa, SCUSA amico…»

Malcapitato: (guardando perplesso il foglio con lo scarabocchio) «Mi spiace, sono un po’ di fretta…»

Poeta: (sorridendo) «Fermati un attimo… si vede che sei un appassionato di poesia!»

Malcapitato: «Ma veramente…»

P: (serio, con grande enfasi) «Sai bene quanto siano difficili i tempi per chi ha talento ma – ahimé (tremito nella voce) – pochi soldi per farlo valere…»

M: (facendo per allontanarsi) «Beh, sì, è una cosa già sentita, purtroppo…»

P: (risoluto) «Non ti va di contribuire alla pubblicazione di un mio volume di poesie? Sai, diversi miei componimenti hanno visto la luce in raccolte, è un progetto che avrà anche il sostegno del Dipartimento di Filologia… (sorriso nella massima estensione)»


A questo punto il malcapitato inizia ad esaminare il contenuto dell’opuscolo. I titoli delle poesie sono imbarazzanti e – forse il poveretto non ci capisce molto di poesia moderna – incomprensibili, perfino insensati. Sembrano componimenti scritti da un bambino di tre anni, anche l’ortografia lascia a desiderare («sarà un ermetico», pensa dubbioso): quando si capisce il tema della poesia, il tema è la gnocca. Dopo trenta secondi alza gli occhi dal foglietto:


Malcapitato: …

Poeta: «Pensa, è un ciclo di componimenti che si ispirano al ciclo di Aspasia… c’è anche il mio autografo (indicando lo scarabocchio), hai visto?»

M: «Aspasia, eh già… bella iniziativa la tua, ma mi spiace (imbarazzato), ho solo pochi spiccioli, con il resto devo comprare il biglietto dell’autobus …»

P: «Ma come?!? (contrariato) Che peccato, che peccato… (sospiro)»

M: «Comunque leggerò senz’altro le tue poesie… magari ci incontriamo di nuovo…»

P: (afferrando l’opuscolo) «Eh mi dispiace, ma non ti posso lasciare l’opuscolo… vedi, ne ho pochi, e poi è firmato: capisci? È una pubblicazione speciale, unica (sorriso forzato).»

M: (mentendo) «Certo, certo, mi rendo conto, è una pubblicazione speciale… (attimo di silenzio) Beh, ora devo proprio andare, buona fortuna, ti restituisco le poesie… ciao.»

P: (senza rispondere al saluto, con la testa girata verso una ragazza che si avvicina) «Ehi, bella fanciulla, una ragazza bella come te non può non amare la poesia!»

martedì 2 novembre 2010

Dove non siamo

Rileggendo il post (il cui testo ho inserito fra le pagine fisse di questo blog, Lightness on the edge of town) che inaugurava il mio amatissimo posto_delle_fragole, così pieno di citazioni altisonanti, di dichiarazioni programmatiche, percepisco ancora, a distanza di due anni, l'entusiasmo e l'ambizione che si prova ogni volta che si comincia un viaggio, un'avventura, un'impresa cui si tiene in modo particolare: sentimenti in parte diversi da quelli che provo adesso nel presentare questo nuovo angolo di web che, in fin dei conti, è la continuazione del vecchio. Ma due anni sono passati e, con un nuovo inizio, mi sembra utile sottolineare cosa cambia e cosa rimane della esperienza che si conclude, come quando, girando pagina, iniziando un nuovo capitolo, ci si attarda qualche secondo a riflettere su quello che si è letto.

Non cambia certo il mio personale gioco a nascondere, il mio desiderio di eclissarmi dietro le cose che più amo, consapevole di disciogliermi un po' in ognuna di esse un po' come in un immaginario cupio dissolvi. Non cambia il senso ultimo di questa esperienza: resta sempre il luogo del ritorno, il rifugio nei ricordi e nelle cose più care, ma purtroppo questo, quel bergmaniano posto_delle_fragole, con l'orientamento che col tempo assumono i miei occhi, assomiglia sempre più a una tana del diavolo che annida dubbi, incertezza sul futuro, sfiducia nelle persone, incomprensione del tempo. È il riflesso di una società che si fatica a capire, in cui si fatica ad inserirsi, in cui non si riesce a sintonizzare perfettamente il proprio mondo con il mondo esterno.

Ho deciso: via di qui i clamori inspiegabili di questo angosciante altro-da-sè.

A farmi compagnia allora saranno pochi amici, alcuni in carne ed ossa, se lo vorranno, altri sottoforma di musica, cinema, libri, destinatari delle mie passioni e del mio personale, speciale modo di interrogare il mondo. A presto.