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sabato 5 ottobre 2013

Manifiesto secondo Springsteen

Victor Jara
Dagli splendidi, a detta della critica, concerti della tournée sudamericana di Bruce Springsteen, un omaggio al Cile e al popolo cileno con la cover di Manifiesto di Victor Jara, celeberrimo cantautore "politico", attore e regista (una figura che per la sua poliedricità mi ricorda quella del menestrello russo Vladimir Vysockij), vittima delle purghe di Pinochet. In questo link, dall'ottimo sito Antiwarsongs, si può trovare il testo e la traduzione del brano, con un interessante commento introduttivo. L'esecuzione, nel video che vi propongo, è introdotta dallo stesso Boss, in spagnolo: la traduco dall'inglese, la cui versione si trova nella pagina del sito ufficiale di Springsteen dedicata a tre video memorabili della tournée:
"Nel 1988 suonammo per Amnesty International a Mendoza, Argentina, ma il Cile era nei nostri cuori. Abbiamo incontrato molte famiglie di desaparecidos, che avevano foto dei loro cari. Fu un momento che è rimasto con me per sempre. Un musicista impegnato, Victor Jara, rimane una grande ispirazione. è un onore essere qui, e la eseguo con umiltà"

Buon ascolto.

domenica 7 aprile 2013

Nebraska

Tom Waits ha detto, parlando nello specifico della canzone Wild Billy's circus story, che "le canzoni di Bruce Springsteen sono come dei filmini", hanno qualcosa di cinematografico, come il suo stesso modo di raccontare. Molti critici infatti hanno scritto molto sul rapporto tra la musica del Jersey Devil e il cinema: numerose canzoni sono più o meno direttamente ispirate da film, o dai loro titoli, e addirittura sono ben due le canzoni dell'album Nebraska che hanno un legame molto stretto con il cinema, anche se in maniera molto diversa l'una dall'altra. La title-track, infatti, fu scritta da Springsteen avendo bene in mente il primo film di Terrence Malick, Badlands (titolo di un altro celebre brano del nostro), tanto è vero che narra l'identica vicenda del film, quella del serial killer Charles Starkwheater e della sua fidanzata bambina, tratta da fatti realmente accaduti nel Midwest americano nel 1958. Il film, magnificamente interpretato da Martin Sheen e recensito in maniera eccellente dai critici, è stato distribuito in Italia col fuorviante titolo La rabbia giovane; in questo video della canzone, con tanto di sottotitoli italiani,  si possono ammirare alcune immagini: 



L'altro brano di Nebraska è la toccante Highway patrolman. A differenza della title-track questa canzone non è ispirata da nessun film, ma al contrario ne ha ispirato uno, il primo film di Sean Penn, Indian Runner (Lupo solitario nella distribuzione italiana). Quando l'album uscì, nel 1982, Penn usciva con la sorella di Springsteen, ed è probabile che i due avessero parlato di questo soggetto. La vicenda narra della storia di due fratelli, completamente diversi l'uno dall'altro, l'uno inquadrato e l'altro scapestrato, l'uno poliziotto e l'altro fuorilegge, che il destino metterà l'uno contro l'altro, da un lato all'altro di un fucile, tra un lato e l'altro del confine. L'uno è David Morse, l'altro è un giovane Viggo Mortensen (da segnalare anche la presenza di Valeria Golino nel cast). Anche in questo video della canzone si possono ammirare le belle immagini del film:

martedì 14 agosto 2012

Wrecking Ball - Bruce Springsteen

Al cameratesco e un po' infantile vezzo di indagare chi ce l'ha più lungo, preceduto spesso da sonore e  colorite autocandidature, non sfuggono nemmeno i fan che, notoriamente, sono sempre piuttosto ciechi verso i rispettivi beniamini. Non è raro, ad esempio, che i fan di Bob Dylan pontifichino apoditticamente che Zimmy è il più grande di tutti, la rivoluzione del folk e del rock, e - ancor più frequente - che sia "più importante e influente nella storia della musica" di Tizio o Caio, per tacer di Sempronio. Dal confronto col Menestrello di Duluth non si salva nemmeno Bruce Springsteen, l'altro grande gigante americano (e qui ecco sorgere inviperiti gli ammiratori di diversi altri musicisti, tutti meritevoli di entrare nel novero dei "giganti"), i fan del quale, si sa, sono particolarmente devoti ma, probabilmente, un po' meno snob di quelli del grande Dylan (forse perché il loro idolo, tra gli altri vizi capitali, ha più spesso peccato di superbia). Eppure, a mio modestissimo parere, questi due grandi musicisti non sono mai stati vicini come in questi ultimi anni e, soprattutto, non sono mai stati così vicini negli intenti del loro lavoro. Pur rimanendo assolutamente diversi i metodi e la poetica, non può sfuggire negli ultimi album dei nostri una sorta di ritorno alle origini, una sorta di ricerca dell'autentica anima musicale americana. Lo fa Dylan esplicitamente nel blues di Modern Times, ben spianato dalle canzoni di Time out of mind, lo fa Springsteen con Devils and Dust, con le ammiccanti allusioni a Son House e alle dust ballads, o con le Seeger Sessions, omaggio ad uno dei suoi maestri di folk assieme a Woody Guthrie (che appare come un fantasma nel celebre Nebraska, predecessore di un altro fantasma "letterario", quello di Tom Joad). E lo fa in gran parte anche con il nuovo Wrecking Ball, che per gli arrangiamenti sembra il diretto seguito di We Shall Overcome: the Seeger Session, e non il disco successivo al nostalgico, imbellettato pop di Working on a dream.

domenica 29 gennaio 2012

One trick pony


Mickey Rourke è senz’altro la carta vincente di Darren Aronofsky e del suo The wrestler, Leone d’oro a Venezia 2008: il viso imbolsito e corrugato, il corpo e i muscoli sofferenti e dannatamente espressivi - eredità degli anni da pugile professionista - fanno del ruvido attore americano l’interprete ideale del protagonista, Randy “The Ram” Robinson, acclamato wrestler che deve fare i conti con un passato glorioso e irripetibile e un presente fatto di solitudine, povertà, amarezza e cocci dell’antica, scintillante ribalta. Un grave intervento al cuore lo costringe ad interrompere i pochi combattimenti per nostalgici con cui cerca di guadagnarsi da vivere: la nuova chance e il senso di scampato pericolo saranno la molla per tentare di rifarsi una vita, ma il fallimento di questi propositi sarà per Randy nuova fonte di delusione e di frustrazione e lo convinceranno presto a ritornare sui suoi passi.

Il desiderio di ripartire del protagonista passa attraverso due donne, la figlia Stephanie (Eva Rachel Wood), da lui vilmente abbandonata da bambina, diventata ora una giovane donna; e Pam (Marisa Tomei), una non più giovane spogliarellista divenuta, suo malgrado, confidente delle vicende di Randy: la sregolatezza dell’anziano pugile manderà a monte la sofferta tregua tra padre e figlia, mentre l’incapacità di sopportare il grigiore di una vita all’ombra della vecchia gloria stroncherà la speranza di una vita accanto alla donna, incapace di far desistere il pugile dalla scelta di ritornare sul ring, «l’unico posto - sottolinea The Ram – dove non mi faccio male.» Tutto attorno il paesaggio desolato della periferia della periferia di New York, il New Jersey, dove due vite solitarie come quella di Randy e di Pam si incontrano nella reciproca disillusione e solidarietà, similmente ai personaggi di Rizzo e Joe nel film Un uomo da marciapiede.

mercoledì 30 novembre 2011

Limonata senza zucchero

Questo volumetto della collana Racconti d'autore de Il Sole 24 ore si compone di quattro short cuts tratti da due raccolte di Raymond Carver, la famosa Vuoi star zitta, per favore? (Einaudi), e America Oggi (Minimum Fax) dalla quale è tratto Limonata. Quest'ultimo racconto, nelle sue sei scarse paginette, comprende molte peculiarità dello stile dello scrittore: drammatica asciuttezza, limpidezza angosciante, concentrazione sul fatto descritto con straniante lucidità e studiata semplicità. Anche la forma di questo racconto (Carver lo aveva definito, non a caso, poem) è peculiare: più che prosa il testo appare distribuito in lunghi versi liberi, lapidari, scolpiti nella pagina.
Sarà la solita associazione da fan incallito, ma per me Bruce Springsteen deve averci dato un'occhiata prima di scrivere i testi dell'album Nebraska e, senz'altro, prima di The Ghost of Tom Joad, album che già dal titolo denuncia una forte ascendenza "letteraria".
Diverso ma ugualmente bello il primo racconto, Vuoi star zitta, per favore?, che sviscera magistralmente uno dei temi preferiti di Carver, il detto e non detto nei rapporti matrimoniali e la complessità dei sentimenti che lo governano. Potrei dire, lo stupore e l'incredulità per l'alchimia di questi sentimenti... del resto, ancora Springsteen, in una canzone tratta da uno di questi album di grande storytelling, era altrettanto scettico parlando dei rapporti tra le persone: “ain’t nobody gonna give nobody/What they really need, anyway”.

lunedì 20 giugno 2011

Bruce e Clarence, due amici

Sono decine gli aneddoti le leggende su Clarence Clemons, Bruce Springsteen e la E - Street Band: in un bel ricordo, apparso oggi su Backstreets (il sito-bibbia dei fan di Bruce Springsteen), ne sono citati alcuni sul leggendario ingresso nella Band e sul suo incontro con Bruce. Molti altri se ne potrebbero citare, raccontati dagli stessi protagonisti durante i concerti, fra una canzone e l'altra, sempre diversi e ricchi di nuovi particolari: ricordo la storia fantastica che Bruce racconta prima di Growin' up, la versione del live '75 - '85, quando Bruce, su consiglio del prete che si era dichiarato impotente, deve chiedere a Dio come convincere il padre che lui non vuole fare l'avvocato, e allora chiede a Clarence dove si trova Dio. "Non c'è problema, sta appena fuori città", risponde Big Man, e ce lo accompagna.

Tra le decine e decine di storie e leggende a me invece va di raccontare un aneddoto legato alla genesi di Born To run, il disco che valse a Bruce Springsteen il successo oltre l'America la fama e la copertina di Time, il disco che ritrae in copertina proprio Bruce e Clarence, Scooter and Big Man. I nostri erano in studio già da quasi un anno ma, dopo infinite estenuanti sessioni di registrazioni e missaggio Bruce non era ancora soddisfatto. Sapeva che quella era l'ultima opportunità che la Columbia gli concedeva per diventare una star e voleva che tutto fosse perfetto, voleva che il disco fosse una vera wall of sound alla Phil Spector. Licenzia un po' di musicisti, Vini Lopez e David Sancious, arrivano Roy Bittan e Max Weinberg. Clarence però è sempre in sala a provare e riprovare, con sempre minore convinzione. Nella piastra scorre ripetutamente la demo di una canzone che si chiamerà Jungleland. Allora Bruce lo prende per le spalle (rimane un mistero come sia riuscito a spostare un  uomo alto due metri, non per nulla chiamato Big man) e chiude letteralmente a chiave Clarence nell'altro studio, urlandogli dietro che non lo farà uscire prima che avrà composto il miglior assolo di cui è capace. La "leggenda" (mi piace chiamarla così) vuole che il nostro rimase chiuso in gabbia 13 ore prima di venire fuori da quella stanza con l'assolo di sax più bello che mai canzone rock abbia mai avuto:
Moltissimi anni dopo Clarence confessò che quell'assolo gli aveva cambiato la vita. Non so a quante altre persone ha cambiato la vita, sono certo però che ogni sera per un incalcolabile numero di volte ha reso migliore la vita di migliaia di spettatori accorsi per vedere Bruce Springsteen e la E street Band. Anche se solo per pochi minuti o per quache ora, anch'io ho visto così, con questi accenti e queste emozioni, i concerti del Boss e gli assoli di Clarence Clemons. E anche un mucchio di altri fan come il grande Ermanno Labianca, il maggior esperto springsteeniano d'Italia, che ricorda l'ultimo concerto del Working on a dream tour. Clarence e il suo assolo hanno reso migliore per pochi minuti la vita di milioni di persone che hanno comprato quel vinile, quella audiocassetta, quel cd, che hanno scaricato quel disco. E la cosa più confortante è che lo farà per sempre, perchè la musica, almeno quella, non ha fine.

martedì 28 dicembre 2010

In Boss we trust

 psongology,

Questa canzone, sebbene non all'altezza dei grandi classici, ha un significato e una valenza tutte particolari per Bruce Springsteen, ed è facile rendersene conto: presentata in acustico nel 2008 durante il tour di supporto all'allora candidato Obama e title track dell'ottimistico album che seguì alla vittoria del senatore dell'Illinois,  album che è considerato la reazione ai fantasmi di guerra e all'inquietudine del precedente Magic (2007). Nel susseguente tour mondiale, chiamato naturalmente come l'album da promuovere, il Boss riservava a questo pezzo il momento per il suo discorso sulla "casa di rumore e musica",da declamare nella lingua del Paese ospitante... ecco la (libera) traduzione  di parte delle parole pronunciate durante il concerto di Hyde Park, poi finito nel DVD celebrativo del tour di Working on a dream (ringrazio il mio caro amico David per aver trascritto il discorso dal video del concerto):

Buonasera Londra - siamo così felici di essere qui, nel bellissimo Hyde Park, in questa magnifica sera d'estate! La E Street Band viene da mille miglie lontano per adempiere alla solenne promessa: "rock the house".

martedì 2 novembre 2010

Dove non siamo

Rileggendo il post (il cui testo ho inserito fra le pagine fisse di questo blog, Lightness on the edge of town) che inaugurava il mio amatissimo posto_delle_fragole, così pieno di citazioni altisonanti, di dichiarazioni programmatiche, percepisco ancora, a distanza di due anni, l'entusiasmo e l'ambizione che si prova ogni volta che si comincia un viaggio, un'avventura, un'impresa cui si tiene in modo particolare: sentimenti in parte diversi da quelli che provo adesso nel presentare questo nuovo angolo di web che, in fin dei conti, è la continuazione del vecchio. Ma due anni sono passati e, con un nuovo inizio, mi sembra utile sottolineare cosa cambia e cosa rimane della esperienza che si conclude, come quando, girando pagina, iniziando un nuovo capitolo, ci si attarda qualche secondo a riflettere su quello che si è letto.

Non cambia certo il mio personale gioco a nascondere, il mio desiderio di eclissarmi dietro le cose che più amo, consapevole di disciogliermi un po' in ognuna di esse un po' come in un immaginario cupio dissolvi. Non cambia il senso ultimo di questa esperienza: resta sempre il luogo del ritorno, il rifugio nei ricordi e nelle cose più care, ma purtroppo questo, quel bergmaniano posto_delle_fragole, con l'orientamento che col tempo assumono i miei occhi, assomiglia sempre più a una tana del diavolo che annida dubbi, incertezza sul futuro, sfiducia nelle persone, incomprensione del tempo. È il riflesso di una società che si fatica a capire, in cui si fatica ad inserirsi, in cui non si riesce a sintonizzare perfettamente il proprio mondo con il mondo esterno.

Ho deciso: via di qui i clamori inspiegabili di questo angosciante altro-da-sè.

A farmi compagnia allora saranno pochi amici, alcuni in carne ed ossa, se lo vorranno, altri sottoforma di musica, cinema, libri, destinatari delle mie passioni e del mio personale, speciale modo di interrogare il mondo. A presto.