Dal film A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), dei fratelli Coen, l'interpretazione del traditional Hang Me, Oh Hang Me di Oscar Isaac, ottimo protagonista della storia ispirata al folksinger Dave Van Ronk, volto noto del Village negli anni '60. Su e giù da (quel) palco, parafrasando Ligabue, si avvicendano gli artisti più diversi, compreso il giovane Bob Dylan. Peccato che i Coen, troppo concentrati, forse innamorati di questo affascinante "musicista perdente", alle prese con il gelo della grande città come i romantici bohémien di Puccini, raccontino una New York ricca di fermenti ma grigia, anche cromaticamente, dimenticando il calore, la vivacità e la varietà dei colori del Greenvich Village nei sixties. Colori che a mio parere ha dipinto meglio Todd Haynes in Io non sono qui (2007), omaggio affascinante alla vicenda artistica e al "multiforme ingegno" del menestrello di Duluth. Il messaggio della pellicola, dopotutto (e qui sono d'accordo con il mio amico Enrico, col quale condivido l'opinione) è che in quella splendida stagione creativa, piena di luci e ombre, contraddizioni, colori e grigiori, delusione ed esaltazione, ideali e cinismo, qualcuno ce l'ha fatta, altri no, e non poteva che essere così.
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mercoledì 26 febbraio 2014
Inside Llewyn Davis
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venerdì 26 ottobre 2012
"I don't believe you!"
Al minuto 0' 55" di questo video, tratto dal bellissimo No direction Home di Martin Scorsese, docufilm sulla nascita del mito di Bob Dylan, si può ammirare uno dei momenti più significativi della storia del rock: Manchester, Free Trade Hall, 17 Maggio 1966, tappa del tour mondiale seguito all'uscita di Like a Rolling Stone:
- (dal pubblico) Judas!
- I don't believe you! You are a liar. (rivolgendosi a Michael Bloomfield) Play it fucking loud!
Un Dylan con le idee già chiare sulla strada che prenderà la propria musica spazza l'ennesima contestazione con una battuta, divenuta celebre per essere finita in uno dei bootleg più famosi della storia del rock, inspiegabilmente circolato come The Royal Albert Hall Concert. Poi si rivolge a Michael Bloomfield, alla chitarra: "suona maledettamente forte", e la band attacca una versione furiosa e incendiaria di Like a rolling stone. Erano ormai lontani i tempi del Newport Folk Festival, che aveva consacrato il giovane Zimmy come nuova icona del folk, in compagnia di gente come Pete Seeger e Woody Guthrie. La famosa "svolta elettrica" era già stata sancita con Bringin' All Back Home e con la seconda partecipazione a Newport, dove erano cominciate le prime contestazioni per il presunto "tradimento" del folk da parte del nuovo idolo. Per un cantante folk che moriva nasceva una delle stelle più fulgide del rock.
- (dal pubblico) Judas!
- I don't believe you! You are a liar. (rivolgendosi a Michael Bloomfield) Play it fucking loud!
Un Dylan con le idee già chiare sulla strada che prenderà la propria musica spazza l'ennesima contestazione con una battuta, divenuta celebre per essere finita in uno dei bootleg più famosi della storia del rock, inspiegabilmente circolato come The Royal Albert Hall Concert. Poi si rivolge a Michael Bloomfield, alla chitarra: "suona maledettamente forte", e la band attacca una versione furiosa e incendiaria di Like a rolling stone. Erano ormai lontani i tempi del Newport Folk Festival, che aveva consacrato il giovane Zimmy come nuova icona del folk, in compagnia di gente come Pete Seeger e Woody Guthrie. La famosa "svolta elettrica" era già stata sancita con Bringin' All Back Home e con la seconda partecipazione a Newport, dove erano cominciate le prime contestazioni per il presunto "tradimento" del folk da parte del nuovo idolo. Per un cantante folk che moriva nasceva una delle stelle più fulgide del rock.
martedì 14 agosto 2012
Wrecking Ball - Bruce Springsteen
Al cameratesco e un po' infantile vezzo di indagare chi ce l'ha più lungo, preceduto spesso da sonore e colorite autocandidature, non sfuggono nemmeno i fan che, notoriamente, sono sempre piuttosto ciechi verso i rispettivi beniamini. Non è raro, ad esempio, che i fan di Bob Dylan pontifichino apoditticamente che Zimmy è il più grande di tutti, la rivoluzione del folk e del rock, e - ancor più frequente - che sia "più importante e influente nella storia della musica" di Tizio o Caio, per tacer di Sempronio. Dal confronto col Menestrello di Duluth non si salva nemmeno Bruce Springsteen, l'altro grande gigante americano (e qui ecco sorgere inviperiti gli ammiratori di diversi altri musicisti, tutti meritevoli di entrare nel novero dei "giganti"), i fan del quale, si sa, sono particolarmente devoti ma, probabilmente, un po' meno snob di quelli del grande Dylan (forse perché il loro idolo, tra gli altri vizi capitali, ha più spesso peccato di superbia). Eppure, a mio modestissimo parere, questi due grandi musicisti non sono mai stati vicini come in questi ultimi anni e, soprattutto, non sono mai stati così vicini negli intenti del loro lavoro. Pur rimanendo assolutamente diversi i metodi e la poetica, non può sfuggire negli ultimi album dei nostri una sorta di ritorno alle origini, una sorta di ricerca dell'autentica anima musicale americana. Lo fa Dylan esplicitamente nel blues di Modern Times, ben spianato dalle canzoni di Time out of mind, lo fa Springsteen con Devils and Dust, con le ammiccanti allusioni a Son House e alle dust ballads, o con le Seeger Sessions, omaggio ad uno dei suoi maestri di folk assieme a Woody Guthrie (che appare come un fantasma nel celebre Nebraska, predecessore di un altro fantasma "letterario", quello di Tom Joad). E lo fa in gran parte anche con il nuovo Wrecking Ball, che per gli arrangiamenti sembra il diretto seguito di We Shall Overcome: the Seeger Session, e non il disco successivo al nostalgico, imbellettato pop di Working on a dream.
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